sabato 29 dicembre 2012

Un talento al dente



E’ proprio vero che il fiore del talento può sbocciare dappertutto. Dopo una vita spesa ad imbiancare stanze, a pitturare porte e inferriate, a mischiare colori, mi ritrovo ad abbinare parole, a costruire metafore, a verseggiare in rima, a spostare accenti. Chi l’avrebbe mai detto solo alcuni anni fa? Mi chiamo Eugenio (un nome, un destino) e sono il maggiore di sette fratelli: a Natale quando si riunisce tutta la famiglia, in genere, ci tocca affittare la sala di un ristorante per non stare troppo stretti. Da ragazzo non ho potuto completare gli studi: a dire il vero non li ho quasi iniziati, visto che non sono andato più in là della prima media. Col tempo, però, ho saputo affinare il mio talento: nelle cene tra colleghi di lavoro, ad esempio, sono sempre stato il più bravo nel trovare le rime, sotto l’effetto del vino. Non amo leggere: in genere do un’occhiata alle pagine sportive e di gossip di giornali e riviste, quando sono al bar o vado dal barbiere. Da qualche anno, però, è cambiato tutto: un giorno, ero in pensione da pochi mesi, navigando su internet, mi sono imbattuto per caso in un sito di poesia. E’ bastato leggere pochi versi per accorgermi che potevo fare di meglio: mi sono iscritto e messo subito all’opera per pubblicare. Che soddisfazione vedere edita la mia prima poesia! Rileggendola, anche oggi, provo gli stessi brividi di commozione. Che ne pensate?

L’angelo del focolare

Sei l’angelo del focolare
Lavi, cucini e spazzi.
Tieni a bada i nostri ragazzi
Quando vado a lavorare.

Odori di sudore e di fatica
Quando torno dal lavoro
Ma ugualmente t’imploro
Di darmi l’amore e la fica.

La tua bocca alita d’aglio
I seni sembrano pere sfatte
ma m’abbevero a quel latte
come se fossi ancora un giglio.

T’amo sempre come il primo giorno
Ti sposerei cento altre volte
Lo ripeterei ancora mille volte
Quando guardiamo un film porno.

Che successo! Cento letture in un giorno, dieci commenti entusiastici: chi mi paragonava a quel poeta, chi ad un altro. Non ci capivo molto: i miei ricordi di poesia si fermano alle elementari, a qualche verso di Pascoli o del Leopardi. Il talento, però, può sbocciare dovunque, ed io ne ho da vendere.
Sono diventato una macchina di scrittura: sforno dalle dieci alle quindici poesie al giorno. Sul sito, però, se ne può pubblicare solo una al dì: mi sono messo a cercare, dunque, altri luoghi dove poter far conoscere il mio materiale. Dovunque un successo, tanti commenti fantastici per i miei lavori. C’è qualcosa di strano, però, nei commenti: capita spesso di riceverne d’identici su siti diversi e su poesie d’argomento opposto. Strane coincidenze, pensai le prime volte: poi, però, la curiosità mi spinse ad indagare, a chiedere a qualche poeta amico, la spiegazione. Scoprii, dunque, che c’era una specie di commentario ufficiale: invece di spremere le meningi, bastava cercare il commento più appropriato tra le centinaia trascritti sul sito “Un commento per ogni autore”. Col passare del tempo, letture e commenti sono diventati merce rara: le grida di giubilo, puntualmente, s’indirizzavano verso un nuovo autore. Cercai, attraverso le mie fonti una spiegazione: se non commenti gli altri, mi dissero, nessuno ti commenterà più. Fui costretto a diventare un habituè del sito “Un commento per ogni autore”, ad accorrere in soccorso di poeti con un talento inferiore al mio. Un giorno, una domenica se non ricordo male, ebbi l’idea risolutiva: perché non sfruttare il mio esteso clan familiare per tornare in testa nella classifica di letture e commenti? Detto fatto: convinsi figli e nipoti ad iscriversi ad alcuni dei siti di poesia in cui presento i miei lavori con dei nickname, pubblicai a loro nome le poesie in esubero che corsi subito a commentare entusiasticamente. Ogni azione è studiata nei dettagli: una volta pubblicato un testo, esco dal sito per rientrarvi con la password di un parente, quindi inserisco un commento prima di fare il logaut. Ripeto l’operazione per i parenti che non sono reperibili al momento. Agli altri, invece, invio un sms tipo “Pubblicato, butta giù la pasta” Nel giro di pochi secondi arrivano una trentina di commenti. C’è ancora da affinare qualcosa, però: a volte viene ricopiato più volte lo stesso commento da persone diverse. Sto studiando insieme a mio figlio un software che blocchi i commenti doppi: tra breve, anche questo problema potrà andare in soffitta. Volete sapere quale mia poesia ha il record delle letture e dei commenti? Undicimilatrecentoventidue letture e cinquantasei commenti: sapeste quanti nickname ho dovuto inventarmi per arrivare a quel numero di letture! Era meno faticoso fare l’imbianchino!

In ginocchio da te

Io voglio per me le tue carezze
si, io t'amo più della mia vita !

Ritornerò in ginocchio da te,
l'altra non è
non è niente per me,
ora lo so
ho sbagliato con te
ritornerò in ginocchio da te

e bacerò le tue mani amor
negli occhi tuoi
che hanno pianto per me
io cercherò
il perdono da te
e bacerò le tue mani amor.
Io voglio per me le tue carezze
si, io t'amo più della mia vita.

Io voglio per me le tue carezze
si, io t'amo più della mia vita.


Dite che è una canzone di Morandi? Lo so, ma sapete quante canzoni ho pubblicato a mio nome, senza che nessuno battesse ciglio! Un talento al dente, ecco ciò che sono: basta buttare giù la pasta, attendere qualche minuto, per avere sfornata una poesia da premio Nobel.

venerdì 28 dicembre 2012

Cinque piccoli indiani in viaggio



Alle cinque di mattina dell’Epifania, cinque piccoli indiani con la valigia in mano, in fila per uno, in marcia verso la stazione. La pioggia sottile intristisce il paesaggio; mamma saluta dal balcone, ha già ago, filo e forbici vicini alla macchina da cucire. Ricordo quanto era diversa l’atmosfera del viaggio d’andata: spensierata, ilare, sbarazzina. Riepilogo nella mente il da farsi: una volta raggiunta la fermata dell’autobus, c’è il “2” che può trasportarci diritti in stazione. Due biglietti solo andata per Taormina e due per Messina, più il mio, di andata e ritorno. Dopo aver accompagnato in collegio i quattro piccoli indiani, domani prenderò l’autobus che mi porta ad Acireale, il luogo della mia reclusione. E’ già qualche anno che ho questo compito: lascio il collegio con un giorno di anticipo per recuperare i miei fratelli in giro per la Sicilia e vi faccio ritorno con qualche giorno di ritardo, dopo averli riportati a destinazione. Ogni volta mi tocca discutere col controllore dei biglietti: forse non ha torto, quando sostiene che è un rischio mandare in giro da soli cinque ragazzi così piccoli. Fortuna è che è sempre filato tutto liscio: i nostri viaggi in ogni occasione sono stati protetti da una buona stella. Qualche anno prima, invece, quando viaggiavamo con mamma, ricordo che ci toccò tornare a Catania dopo mezzanotte, a causa di un guasto al treno. A quell’ora non vi erano più mezzi pubblici in servizio per rientrare a casa: dovemmo spendere una cifra per prendere una carrozza. Nel silenzio della notte, gli zoccoli del cavallo sull’acciottolato di via Etnea e le nostre grida d’incoraggiamento, erano come le note di un’allegra canzone, di un inno alla fantasia e alla gioia. Qualche anno prima, invece, avevamo accettato per il giorno di Pasqua l’invito a pranzo della madrina di Natalia la più piccola delle sorelle, a Giardini Naxos: dopo l’abbuffata di rito, a qualcuno venne la stramba idea di andare a vedere la festa degli “spampanati” a Messina. Il nostro mezzo di trasporto era un “Ape”, il numero dei passeggeri, conducente escluso, era di una dozzina. Durante il viaggio, però, da un'automobile che ci precedeva, volarono via dei biglietti da mille lire: il guidatore frenò subito, grandi e piccini ci precipitammo a raccogliere il denaro e a dividercelo. Il raccolto, con gran gioia di tutti, fu superiore alle trentamila lire: molti furono spesi in dolci, lo stomaco al ritorno a casa, ancora borbottava per gli straordinari. Torniamo al giorno dell’Epifania del 1970: il treno per Messina è alle sette, l’arrivo a Giardini Naxos, prima tappa del viaggio è previsto per le otto della mattina. Il Collegio di Natalia non è distante dalla stazione, bastano cinque minuti per raggiungerlo a piedi. Dopo, però, bisogna spostarsi a Taormina per accompagnare Salve: se il meteo lo permette, possiamo prendere una scorciatoia che ci consente di arrivare a destinazione in venti minuti. In caso contrario, dobbiamo aspettare l’autobus di linea. Tornati in stazione dopo aver accompagnato Salve in collegio, prendiamo il primo treno per Messina: è il turno di Massimo ed Erminio. Un’ora dopo circa, si può completare l’opera: sono l’ultimo indiano ancora libero, anche se con le lacrime agli occhi. Il rientro a casa è previsto per le diciassette, dodici ore dopo la partenza: anche a tredici anni si può essere stanchi, dopo una giornata tanto convulsa. A volte i miei figli mi chiedono perché non amo viaggiare: se avranno la bontà di leggermi, potranno capire che ai miei occhi, l’idea del viaggio è associata a quella del distacco dagli affetti, dell’addio a chi si vuol bene.

giovedì 27 dicembre 2012

Peripezie e gioie di cinque piccoli indiani.



Una terrazza, una speciale palla di carta, tre piccoli indiani su cinque: ecco gli ingredienti per il calcio a tre, sport di nostra invenzione. Funzionava così: si prendevano una decina di fogli di giornale, si arrotolavano uno sopra l’altro sino a trasformarli in una palla, si coprivano con una busta di plastica. Un nodo fatto con i manici del sacchetto serviva a rendere la sfera più robusta e consistente. Massimo, il più piccolo degli indiani maschi, era il portiere designato, a me ed Erminio, invece, toccava inventare gli schemi da utilizzare, quando in compagnia di Salvo, che abitava nella casa di fronte, sfidavamo con un pallone vero gli altri ragazzi del quartiere. Era un lavoro serio: nell’inventare schemi ed azioni di gioco, mettevamo la stessa passione di Nereo Rocco o di Nils Liedholm, gli allenatori di calcio che più ammiravamo in quel periodo. La terrazza era grande quanto l’intero appartamento: quaranta metri quadri. Gli errori di mira erano favoriti dalla speciale composizione della palla di carta: non era raro, dunque, vederla volare oltre i confini della terrazza. Quando superava le ringhiere a sinistra finiva per strada: per fortuna, però, non abbiamo colpito mai in testa nessuno, né beccato in pieno una macchina di passaggio. Bastava farsi le due rampe di scale che dividevano la terrazza dalla strada per tornare a giocare come se nulla fosse successo. Era più complicato, invece, quando la palla cadeva dal lato opposto: finiva sulle tegole di una casa sottostante sfitta. Il problema era che non potevamo recuperarla: per continuare a giocare occorreva farne subito un’altra. Dall’alto, però, potevamo ammirare lo spettacolo: sulle tegole di quella casa erano parcheggiate non meno di una cinquantina di speciali palle di carta. Ogni tanto il proprietario era costretto a chiamare qualcuno perché le togliesse. Gli incidenti erano all’ordine del giorno: a volte poteva succedere che invece della palla su quelle tegole finisse una scarpa. In quel caso ci toccava cambiare sport e improvvisarci alpinisti, oppure cambiare scarpe o sperare che mamma, come successe una volta, arrivasse dal mercato con un paio di scarpe nuove, proprio cinque minuti dopo che la mia scarpa destra era finita sulle tegole della casa sottostante. Grazie a quell’allenamento intensivo nelle partite a calcio eravamo quasi imbattibili: ci riusciva di sconfiggere anche ragazzi ben più grandi di noi. Allora non esistevano i campi di calcetto: credo, anzi, che quello sport, non fosse ancora stato inventato. Giocavano nelle piazze o negli spiazzi grandi: per fortuna in quel quartiere non mancavano. Non sognavamo di diventare calciatori: ci bastava divertirci, stare insieme, fare ciò che ci piaceva. La terrazza non era solo il nostro campo d’allenamento per il calcio: all’occorrenza diventava una pista d’atletica leggera, una pedana di salto in alto, con un cestino della biancheria appeso ad un gancio diventava pure un terreno adatto per il basket. Forse abbiamo inventato anche il karaoke: per coinvolgere le nostre due piccole indiane organizzavamo anche delle gare di canto e di recitazione. Lontano da quel regno incantato tutto era più difficile: ciò che avevamo intorno era più un girone infernale che una proiezione del paradiso in terra. Andare al cinema, ad esempio, era una vera e propria impresa: nella sala più vicina ed economica, venivano proiettati due film al giorno. Uno comico, l’altro d’azione: Franco e Ciccio, Lando Buzzanca per la prima categoria, un western, un film di kung fu, per la seconda. Piccoli bulli, delinquenti in calzoni corti, erano tra i più assidui frequentatori della sala: se qualcuno dietro di noi poggiava i piedi sul nostro sedile, ci toccava star zitti e far finta di niente, se volevamo portare a casa la pelle. Molti di quei ragazzi, probabilmente, sono stati assidui frequentatori delle patrie galere o hanno già raggiunto un nuovo girone infernale, dopo quello frequentato su questo lato dell’universo. Il nostro regno degli Elfi e degli Gnomi, però, era ad orologeria: finita l’estate o le vacanze di Natale, ci toccava smontar tutto e rimandare il proseguimento alla puntata successiva. C’era il Collegio ad attenderci: roba da racconti di Dickens, non da educande svizzere. Una casa sfitta con le tegole coperte da palle di carta: se c’è un’immagine che identifica la mia adolescenza e quella degli altri quattro piccoli indiani che l’hanno condivisa con me, è proprio questa.

mercoledì 26 dicembre 2012

Dalila, Sansone e Wonder Woman




Guardo Sansone dormire beato: è bastato un bicchiere di vino drogato, per spedirlo direttamente nel mondo dei sogni. Ho già in mano le forbici per tagliargli i capelli, ma non riesco a decidermi: sono profondamente innamorata dell'uomo che ho sposato, ma il dovere è dovere. Che muscoli, che forza ha il mio Sansone: anche dopo estenuanti battaglie, guerre di cappa e spada, trova le energie per fare l'amore con me. La patria chiama, sono una Filistea, il mio popolo è in guerra con quello di Sansone, ma dove posso andare a pescare un altro amante così appassionato e inesauribile? Certo Sansone non è una cima, legge solo i salmi, è spietato con chi intralcia il suo lavoro, quando è impegnato con gli affari di stato non trova tempo nemmeno per me. Se è nervoso mi insulta, se è tranquillo m'ignora: non sa resistere da buon maschio alle avance delle ragazze ed in genere, dopo aver sbirciato i suoi muscoli, non sono poche le fanciulle che avanzano...e si offrono. Meriterebbe che gli tagliassi i capelli solo per questo, ma lo amo troppo per farlo: che volete farci, la determinazione non è la mia dote migliore! Un vento impetuoso e improvviso invade la stanza: l'ingresso di Wonder Woman, la sorella bionica, di Dalila è sempre un po' sopra le righe. Wonder Woman è l'esuberante fustigatrice di uomini che terrorizza questa parte di mondo. A vederla non lo si crederebbe: non è un gigante di statura, non è quasi mai in peso forma, il suo viso è quello della ragazza della porta accanto. Ha braccia e gambe bioniche, una forza capace di rivaleggiare con quella di Sansone; a differenza del cognato, però, la usa solo per una giusta causa. A suo dire io sono già una causa persa: succube di mio marito, incapace di oppormi a ogni sua decisione, col fegato spappolato per le sue numerose avventure sessuali. Che volete farci, sono così: quando mio marito torna a casa la sera gli faccio trovare la cena in tavola, lo coccolo un po', gli chiedo di raccontarmi quanti innocenti ha condannato, quanti nemici ha trafitto con la sua spada invincibile, quanti cuori femminili ha sedotto, quante volte, insomma ha fatto l'amore. Tengo un diario in cui annoto tutto: secondo i calcoli aggiornati a oggi, sulla mia testa pende il peso di duemilacentoventuno corna. Non so quale sia il record mondiale, ma di sicuro sono tra le prime in classifica. Wonder Woman non lo sopporta, m'invita ogni giorno a ribellarmi, a pretendere il rispetto che un uomo deve alla moglie. Mi trova con le forbici in mano, Sansone è addormentato: me le strappa in un lampo, il suo braccio bionico esegue in pochi secondi la tosatura dei lunghi capelli di Sansone. Strepito, urlo e mi dispero: la forza di Sansone, dico a Wonder Woman, è nei suoi lunghi capelli neri! Mia sorella gongola, ride a crepapelle, corre a prenderlo a sberle, lo gonfia di schiaffi e pugni sino a rendere la sua faccia un pallone, lo incatena per tradurlo nelle galere dei Filistei. Sono disperata: chi mai crederà che non io, ma mia sorella ha tagliato i capelli di Sansone, ha fatto arrestare mio marito? Il popolo di Sansone è in ginocchio, solo un miracolo a questo punto può salvarlo dalla sconfitta. Il trionfo di Wonder Woman è anche il mio: ho deciso di fare buon viso a cattivo gioco, di godermi la popolarità che l'azione di mia sorella mi ha regalato presso il popolo. Il processo a Sansone è fulmineo: già cieco per le torture inflittegli in carcere, è condannato a morte. Prima della pubblica esecuzione, però, i Filistei decidono di infierire: dieci giovani ragazze dai vestiti succinti gli si strusciano addosso, mentre un flauto suona note sensuali e conturbanti. Sansone cieco e in catene freme: l'istinto del conquistatore di cuori femminili, non è scomparso. La folla applaude e schernisce il prigioniero: mi aveva mentito, la sua forza non era nei capelli, ma nei peli del pube e quelli non sono stati toccati dalle forbici di Wonder Woman.
È un gioco per Sansone liberarsi dalle catene e avvinghiarsi alla prima ragazza che gli capita sotto mano: la folla sbanda, i genitori coprono gli occhi dei bimbi, le ragazze non ancora sposate, aguzzano la vista. Non basta l'intervento di cento soldati a ridurre a più miti consigli Sansone: la sua forza è davvero mostruosa. Quando già le dieci ragazze succinte pregustano le gioie dell'amplesso, un vento impetuoso scuote la piazza: già la folla grida slogan a favore di Wonder Woman. Lo scontro finale ha inizio: Sansone e Wonder Woman possono finalmente affrontarsi a viso aperto. La folla parteggia per l'eroina dei Filistei, solo le dieci ragazze succinte tifano per il condottiero degli Ebrei. Il match è avvincente: furiosi corpo a corpo sono accompagnati dalle urla di stupore degli spettatori non paganti. Nessuno sembra avere la meglio: la lotta è equilibrata, ma dura: qualcosa, però, non quadra. Certi corpo a corpo sono strani, sembrano quasi degli amplessi, le urla di Wonder Woman sembrano dei mugolii di piacere. Le dieci ragazze succinte si agitano, io, invece, mi precipito sul teatro di lotta: "gran troia" urlo a mia sorella. "Era questo il tuo vero obiettivo, volevi fregarmi il marito". Sansone, intanto non è più cieco: Wonder Woman col suo braccio bionico ha rimesso ogni cosa a posto. Rivolto alla folla può urlare "Muoiano tutti i Filistei, esclusi Dalila e Wonder Woman". La strage di nemici è sanguinosa, la guerra si conclude con la vittoria del popolo di Sansone. Tutti vivono felici e contenti: io e Wonder Woman ci dividiamo a turno le grazie di Sansone. Gli Ebrei chiudono un occhio: a loro basta che mio marito non dia più la caccia alle loro mogli e figlie per appagare il suo robusto appetito sessuale.

lunedì 24 dicembre 2012

Cinque piccoli indiani in fila per uno


Cinque piccoli indiani, in fila per uno, in marcia verso le gioie del Natale. La meta? Il panificio: dista da casa meno di cento metri, ma con l'ingombro delle teglie, la distanza, pur breve, sembra interminabile.  Nelle teglie ci sono i tesori desiderati da un intero anno, specialmente, quando lo stomaco si agita, brontola per la fame e il rancio o la sbobba del collegio non è di gradimento. Cinque piccoli indiani anoressici o quasi: a Salve, la sorella più grande, serve una cura di ferro. Grazie a Dio, i farmaci in fiale prescritti dal medico, le piacciono  così tanto che mamma deve tenerli sottochiave per evitare che ne faccia una scorpacciata. Massimo, il fratello più piccolo va in giro con vestiti di un paio di taglie più larghi: lo fanno sentire ancora più magro, ma più grande. In genere tocca a me aprire il corteo di Natale, perché sono il più vecchio con i miei tredici anni. La strada per arrivare al panificio è stretta ed a senso unico, per giungere alla meta, però, bisogna attraversare Via Vittorio Emanuele II. Serve qualcuno  che faccia da guida ai fratelli più piccoli, che magari aiuti Natalia, che ha solo sei anni, ad attraversare la strada. Mamma tiene molto alle tradizioni: in questa zona della Sicilia Orientale si usa aspettare la nascita di Gesù,  in famiglia, giocando a tombola e a sette e mezzo, tra un pezzo di pizza e di "scacciata" e l'altro. Due teglie di pizza con pomodoro e mozzarella, tre di "scacciate" alla siciliana, con cavolfiori e salsiccia, broccoli e spinaci, sono appunto quello che stiamo portando ad infornare al panificio. Mamma ha cominciato a lavorarci di mattina, non appena le ho consegnato tutti gli ingredienti necessari: di solito, nonostante i miei tredici anni sono io ad occuparmi della spesa, del pagamento della pigione o del disbrigo dei documenti.   Frutta e verdura li compro al mercatino vicino la chiesa dei Cappuccini, a trecento metri da casa: stavolta, anche Erminio e Massimo mi hanno aiutato a portare le buste della spesa. Pane, pasta, salumi e scatolette, invece, li acquisto nella bottega sotto casa: ha prezzi alti, ma nei paraggi non c'è alcun supermercato e senza auto non è possibile raggiungere quello più vicino. A casa abbiamo il cucinìno a tre fornelli: nella cucina a forma triangolare di un paio di metri quadri c'è appena lo spazio per un lavello e la bombola a gas.  Preparare da mangiare è quasi un'impresa, si può cuocere solo una pietanza per volta. La lista delle cose da cucinare è lunga: il pomodoro per la pizza, i cavolfiori e i broccoli affogati col vino, gli spinaci lessi. La pasta per pizza va fatta lievitare per alcune ore, lavorata col matterello per renderla sottile e poi stesa su una teglia spalmata d'olio d'oliva. Nelle pizze su quello strato di pasta va aggiunto pomodoro, mozzarella, origano e basilico, nelle "scacciate", invece va messo il condimento prescelto, in questo caso verdure, formaggio e salsiccia, prima di richiuderle con un altro strato di pane in pasta. Il sole è appena tramontato, quando raggiungiamo il forno a legna del panificio: dobbiamo fare la coda, in genere passano un paio d'ore prima di vedere infornate le nostre teglie. Ci guardano con tenerezza: di sicuro cinque piccoli indiani anoressici armati di teglie più grandi di loro non passano inosservati. Giochiamo con le figurine Panini per ingannare il tempo: le mischiamo a turno, le dividiamo in tre mazzetti, decidiamo quante figurine puntarci: vince chi pesca il nome del calciatore più lungo. Oggi, probabilmente ci metteremmo a chattare con lo smartphone con un amico in vacanza ai Caraibi, o giocheremmo con la console Nintendo 3ds. Il profumo del forno è speciale, una fragranza d’odori speziati, ma forti, davvero inconfondibili. Fuori, come da tradizione, sta iniziando a piovere, le tovaglie che abbiamo non servono solo a proteggerci dalle scottature, ma anche a difendere le teglie dalla pioggia: se noi ci bagniamo, pazienza! Cinque teglie per altrettanti piccoli indiani appena sfornate: le sistemiamo con cura, paghiamo il conto, prima di correre verso casa. Il passo del ritorno è più veloce, non solo per la fame, ma anche per evitare scottature. Mamma ci aspetta davanti al televisore in bianco e nero: allora le trasmissioni a colori neanche esistevano. È già tutto apparecchiato, bisogna solo tagliare pizze e scacciate, aspettare qualche minuto che si raffreddino, prima di dare inizio alle danze. Da anoressici per necessità non ce la caviamo male: il record mondiale di velocità nel divorare una pizza è in serio pericolo. Solo i maschi però: Salve non partecipa alla gara. Prima d’ogni morso di pizza, medita, pensa e ragiona, persino riflette su come digerirlo. Forse riesce a battere il record opposto: ha tempo sino al trenta dicembre per concludere la cena della Vigilia. Natalia taglia la pizza in piccoli pezzi: così dura di più. Fa lo stesso con la granita in estate, travasandola in un nuovo bicchiere a piccole dosi, cui aggiunge un po' d'acqua per farla durare di più.
In genere finisce di far colazione poco prima di mettersi a tavola per pranzo. Dopo aver sparecchiato si gioca: la tombola è d'obbligo, ma il finale è scontato: a dividersi ambo, terna, quaterna, cinquina e premio finale sono Erminio e Natalia, quanto a me, in genere, riesco ad imbroccare appena qualche numero. La musica non cambia nemmeno quando giochiamo a tombola con le carte: però ridiamo di gusto, quando mamma a voce alta, grida "duella, triella, quattrella", invece d’ambo, terno, etc, magari dopo che la posta è già stata vinta. Chiudiamo con il "sette e mezzo", perché a quel punto, dopo non aver vinto alcuna mano, dopo avere pescato solo tre e quattro, immancabilmente io o Massimo, dopo aver gettato all'aria le carte, ci alziamo dal tavolo, mentre già Erminio e Natalia contano le monete vinte. A mezzanotte in punto si apre il panettone e si brinda al Natale: prima di tornare a giocare a carte. Voglio rifarmi delle perdite, sconfiggere una volta tanto la sfiga con i soldi che nel frattempo mamma mi ha dato a compensazione di quelli persi. L'unica che ci rimette alla fine dei conti è solo lei. Si va avanti sino alle tre, prima di andare a letto, ma la magia si ripete anche nelle sere successive: pizze e scacciate, in genere durano per qualche giorno e giocare a carte nelle fredde serate invernali, nel piccolo appartamento riscaldato con una stufa a gas, è un piacere.  Piccoli indiani anoressici per necessità, a stomaco pieno solo per qualche giorno l'anno, ma felici: così con ironica nostalgia ricordo i miei Natali di un tempo.

venerdì 21 dicembre 2012

Dracula, l’utilizzatore finale e Mariastella la Vergine


Sono stella, in declino, ma ancor lucente: persino nel partito c’è chi ancor a mi fa l’inchino, il baciamano e chi il ruffiano. Col capo ci ho provato, ma con questo fisico è dura: ho una mia dignità, non potevo certo mettermi a cercagli “accompagnatrici” solo per fare carriera. Non mi lamento, ho avuto il mio tempo di celebrità: ricordo ancora tutti quei ragazzi in strada con le mie foto, il mio nome sulla loro bocca ogni giorno. Le avrei baciate tutte quelle bocche giovani: che eccitazione è stata armarsi di parrucca, inforcare gli occhiali, per infiltrarsi nei loro cortei in incognito. Ho corso i miei rischi: una volta, un poliziotto della celere mi ha preso per i capelli e mi ha sbattuto con forza per terra: poi dopo aver visto il mio tailleur bleu firmato Valentino, le scarpe by Prada, non ha infierito. Che peccato! Pensate se accidentalmente mi toglieva la parrucca: mi avrebbero riconosciuta tutti, chissà che festa mi avrebbero fatto! Sapeste quante belle letterine ho ricevuto, tanti inviti a andare di qui e di là: la maggior parte però arrivavano da un comune chiamato ”Quelpaese”. Evidentemente, in quella località, sono proprio popolare, un giorno di questi mi decido e ci vado! Non c’è stata ministra più amata di me! Eppure non ho mai pianto davanti alla telecamere, anzi, ho tirato su il morale a tutti. Pensate a quando mi sono inventata il tunnel che collega Ginevra col Gran Sasso: avete creduto davvero che non sapessi che non esisteva? Mi ero messo d’accordo con Crozza; io facevo da spalla per le sue battute. Che risate ragazzi! Come quando si discuteva in Parlamento della mia riforma; giuro che non capivo una sola parola di ciò che leggevo, di commi e codicilli non ho mai compreso nulla. Dite che mi sono laureata in giurisprudenza? Davvero? Come Ghedini? Quanto mi piace Ghedini! Insieme siamo perfetti per interpretare un film dell’orrore. Non pensate che con un titolo tipo “Dracula, l’utilizzatore finale e Mariastella la Vergine” non sbancheremmo il botteghino? Ghedini mi fa scompisciare dalle risate, a sentir lui il capo è un santo, le ragazze che frequenta sono delle collegiali in gita premio per buona condotta. Il bello è che ci crede: una volta, ricordo, è stato invitato dal capo a una delle feste per ragazze di buona famiglia in trasferta. Dovevate vedere il suo volto paonazzo, quando una delle partecipanti iniziò a sfilarsi la biancheria che indossava sulle note di “You can leave your hat on” di Joe Cocker. Certo, quel signore lì è proprio un genio,  cominciò a spogliarsi anche lui, occhieggiando al capo, forse aveva bevuto qualche bicchierino di troppo, forse si era inventato all’istante una nuova strategia difensiva. Come mi sono eccitata a vederlo nudo! Quando ho cominciato a togliermi il tailleur grigio firmato Versace, però, qualcuno ha pensato di far suonare le note di “Sono una donna non sono una santa” solo per smontarmi e farmi desistere dall’impresa. Tutta invidia! Pazienza, sarà per un’altra volta mi sono detta.  Un altro del mio partito che mi sta simpatico è Bersani: senza di noi Crozza, forse sarebbe già disoccupato. Non lo crederete, ma anche noi contribuiamo, in qualche misura a difendere i posti di lavoro di questo paese. Non è del nostro partito? Dite davvero che Pier Luigi, è il capo dell’opposizione? E da quando? Ha sempre militato a sinistra? Che stupida che sono! Su Facebook, in chat privata, gli ho sempre raccontato i retroscena del consiglio dei ministri, i disegni e i decreti legge che avevamo intenzione di licenziare. Una volta gli ho chiesto persino un appuntamento, una cena a lume di candela in un piccolo ristorante fuori mano, ma ha rifiutato. Mi ha detto di essere felicemente sposato: sono rimasta sorpresa, non sapevo che ci fosse ancora qualcuno che poteva essere felice stando sempre con la stessa donna. Il capo ieri mi ha convocata: con le lacrime agli occhi ha ricordato i tempi belli del nostro governo, le leggi ad personam inventate da Ghedini, la riforma della scuola che porta il mio nome, le risate ogni volta che Bossi si alzava a parlare e Maroni era costretto a tradurlo dal lumbard all’italiano. Si è scusato con me: “ Non posso candidarti per le prossime elezioni, ho tante brave ragazze da sistemare e non so dove piazzarle. Devi capirmi, ora sono fidanzato e devo rendere conto a Francesca". Ci sono rimasta un po' male, ma poi ho pensato, che c'è sempre Pier Luigi che mi aspetta a braccia aperte. Gli ho spedito un messaggio in chat su Facebook: solo dopo mi sono accorta che mi ha depennato dall'elenco delle amicizie. Che delusione la politica! E' il regno dell'ipocrisia e del tornaconto! Quasi quasi m'iscrivo alle magistrali: così posso sfilare in corteo senza parrucca e occhiali scuri e gridare slogan contro la riforma di Mariastella, me medesima al tempo della gloria che fu!

giovedì 20 dicembre 2012

L’amore al tempo dello zar



In un lungo e morbido abito da sera nero, con la coccinella in bella vista a  insinuare pensieri impuri nella mente degli spettatori di entrambi i sessi, grazie a profondi e sensuali spacchi, la bionda Sofia Vassilieva, entrò ancheggiando nello studio tenendosi per mano con Alan Smith, con cui condivideva la conduzione della trasmissione “ Quattro passi nella storia” e molto altro. Ebbe inizio così l’ultima puntata del programma. Annunciate dalla viva voce di Alan “Le nudità danzanti”, il corpo di ballo di punta del momento, si esibirono in una coreografia di propria ideazione dal titolo “ Dopo veniamo da voi per un’offerta, siate generosi!” Toccò a Sofia comunicare l’opera letteraria su cui s’incentrava la trasmissione: Anna Karenina di Lev Tolstoj. Alan Smith riassunse per sommi capi la trama del romanzo per i telespettatori che ancora non la conoscevano. Anna, moglie del conte Karenin, conobbe alla stazione di Mosca, in circostanze rese drammatiche dalla morte accidentale di un operaio finito sotto a un treno, l’ufficiale dell’esercito Aleksej Wronskij, lo stesso che la sorella Kitty sogna di sposare. Lusingata dal corteggiamento dell’ufficiale si abbandonò a una relazione appassionata: presto incinta di Wronskij, chiese al marito il divorzio, ottenendone un netto rifiuto. Karenin le impedì di vedere il figlio, accrescendone le frustrazioni: quando le complicazioni per il parto misero la vita di Anna in pericolo, però, il marito sembrò ravvedersi, Wronskij tentò il suicidio. Karenin, influenzato dalla contessa Ivanovna, ritornò presto sulla sua decisione, quando la moglie si rimise in salute e si oppose nuovamente al divorzio: la relazione tra Anna e Wronskij, intanto cominciò a scricchiolare, per le ostilità ambientali e per la gelosia sempre più insistente di lei. Confusa e disperata, Anna  si tolse la vita alla stazione di Mosca, gettandosi sotto un treno: l’amore tra lei e Wronskij, sbocciato in circostanze simili nello stesso luogo, finì nel modo più drammatico. Sofia scossa dai singhiozzi cominciò a recitare inginocchiata la scena del suicidio in russo: nella sua patria, si era laureata col massimo dei voti in Letteratura e aveva scritto la tesi, proprio su Anna Karenina. La regia inquadrò subito la coccinella: così per alleggerire la tensione, poi, fu Alan a sbrogliare la matassa traducendo dal russo all’italiano il testo recitato. Il pubblico trattenne il fiato, Sofia non resse alla tensione e abbracciò lo studioso britannico declamando in russo “ Aleksej ya tybyà luyblyu”. Poi lo baciò.
Dal pubblico partì una standing ovation, il lungo applauso, però, fu interrotto dalla regia per lanciare i consigli per gli acquisti.
La trasmissione riprese con una nuova esibizione delle "Nudità danzanti" dal titolo “Non applauditeci soltanto, ma invitateci a cena, inviate un bonifico al conto corrente che sta scorrendo sul vostro teleschermo”. Un nuovo rapper deliziò subito dopo i telespettatori col brano “Se mangio la scheda elettorale è per fame, non per protesta”, un cantante neomelodico intenerì il pubblico con la canzone “Concetta, ma quando me la dai?”. Sofia Vassilieva, ritornata in sé, col suo italiano balbettante, parlò al pubblico dell’amore per la letteratura della sua terra, della scoperta fatta, quando stava scrivendo la tesi di laurea, di un manoscritto di Tolstoj successivo alla data di pubblicazione del romanzo che presentava una diversa lettura della storia di Anna Karenina. Insieme ad Alan, proseguì, abbiamo chiesto alla compagnia teatrale “ I lupi razzolano nell’aia”  di metterlo in scena per voi.
Wronskij attendeva alla stazione di Mosca l’arrivo della madre, quando, a causa del trambusto creato dalla morte di un operaio finito sotto a un treno, conobbe Anna Karenina, la sorella di una sua spasimante. La scintilla scattò al primo sguardo, tra Aleksej e Anna fu passione a prima vista. La madre di Wronskij, però, si mise di traverso, insieme al conte Karenin organizzò un piano per fare fallire la tresca, dopo la notizia della gravidanza di Anna. Utilizzarono la sorella Kitty, per allargare i suoi sensi di colpa e per costringere con degli stratagemmi Aleksej a tradirla, ma inutilmente. Il parto che spinse Anna vicino alla morte, bloccò per un po’ la macchinazione; Karenin e Kitty si tirarono indietro, Wronskij, tentò il suicidio. Anna, però, guarì; il marito che aveva acconsentito al divorzio, tornò sui suoi passi, la madre di Wronskij, riprese a trafficare proponendo al figlio un’amante dietro l’altra, giungendo a pagare fior di prostitute, pur di  farlo cadere in tentazione. La gelosia di Anna fece il resto: prese a torturare Aleksej, lo costrinse a lasciare Mosca per sottrarlo alle attenzioni del sesso opposto. Non bastò: la madre di Wronskij era proprio un osso duro da battere. Tentò allora una manovra diversiva, chiese un colloquio alla madre dell’amante e la raggiunse a Mosca. L’incontro avvenne alla stazione, ma tra le due donne non ci fu alcun accordo: furiosa Anna, spinse la madre di Aleksej sotto il primo treno in arrivo sul binario centrale della stazione di Mosca. L’amore trionfò, ma Anna finì nella patrie galere; Wronskij si accontentò di sposarne la sorella e di crescere insieme a lei, la figlia avuta con la donna amata.
I telespettatori votarono la seconda versione della storia: le suocere di qualunque epoca o nazione, evidentemente, non attirano molti consensi. Sofia e Alan si baciarono e salutarono il pubblico felici, dopo aver provveduto ai ringraziamenti di rito, quando una trasmissione chiude i battenti. Giornali e siti on line del giorno dopo uscirono listati a lutto: “ Quattro passi nella storia” ha chiuso col botto, scrissero, ci mancherà.