mercoledì 7 novembre 2012
Scaramanzia in salsa elettorale americana
Mancavano solo due settimane alla chiusura della campagna elettorale: i sondaggi impietosi segnalavano il costante recupero del candidato repubblicano; stampa, blog e siti on line, ormai parlavano di un testa a testa tra lo sfidante e il presidente uscente. Nello staff democratico sfilavano musi lunghi, occhi assonnati, sguardi persi nel vuoto: di spiragli e luci, non se ne vedevano molti. Una riunione dietro l'altra: più per riordinare idee che per decidere strategie o per elaborare nuovi piani, per trovare argomenti per attaccare l'avversario. La prossima riunione col presidente era in programma nel pomeriggio; restava solo qualche ora per abbozzare qualche nuova idea. "Ci resta solo l'arma della scaramanzia" esclamò uno dei componenti più anziani dello staff o quella della stregoneria. "Magari possiamo arruolare un astrologo, una cartomante, una strega, per cambiare il corso della campagna elettorale". La risata generale sembrò segnare la bocciatura della proposta, eppure uno dei giovani dello staff, la riprese quasi subito. L'idea della scaramanzia non è male disse, magari possiamo chiedere ai nostri militanti di rifare esattamente le stesse cose di quattro anni fa, di seguire lo spoglio nel medesimo luogo, con accanto la stessa persona e indossando gli stessi abiti, nella speranza che non siano ingrassati di dieci chili o che non abbiano rotto con il partner d'allora. L'idea non dispiacque, fu deciso di approfondirla e di proporla al presidente, non prima di essersi procurati tutto l'occorrente per resistere alla probabile sfuriata che di li a poche ore, avrebbe potuto costringerli a cambiare mestiere. Il presidente non bocciò subito la proposta, chiese un giorno di tempo per valutare quale impatto poteva avere sull'opinione pubblica: probabilmente poteva essere utilizzata in un ambito più ristretto; tra gli stessi membri dello staff, tra i ministri del governo, tra gli ambasciatori e i rappresentanti degli stati amici. Una richiesta pubblica a tutti i militanti lo avrebbe esposto alle facili ironie degli elettori e dei politici repubblicani. Chiese allo staff di stilare una lista di politici amici, cui inoltrare un richiesta informale di aiuto. Si misero subito all'opera, dopo una serata di febbrile lavoro, stesero un elenco di un centinaio di politici e uomini di stato da contattare. Su un solo nome fu posto un asterisco, quello del presidente del consiglio italiano in carica nel 2008. Chiarirono al presidente le ragioni di quel dubbio: era agli atti di un'indagine giudiziaria che il premier italiano trascorse la notte del quattro novembre 2008, in compagnia di una escort, che registò e diffuse attraverso la stampa tutte le fasi e i segreti di quell'incontro. Lo scandalo che ne seguì tenne banco per molte settimane sulle testate giornalistiche di tutto il pianeta: il premier italiano e la escort quarantenne, a quanto risulta, non hanno mai fatto pace e non hanno più avuto alcun contatto. Dopo attente valutazioni fu deciso di non eliminare il nome dell'ex premier italiano dalla lista degli amici cui chiedere aiuto. Furono date precise disposizioni al personale delle ambasciate statunitensi nel mondo, per sbrigare nella più totale riservatezza gli uffici richiesti. P. rimase sorpresa quando un'auto dell'ambasciata statunitense venne a prelevarla direttamente a casa: come d'abitudine azionò il registratore, senza darlo a vedere. L'incontro con l'alto funzionario d'ambasciata che l'accolse fu cordiale e franco: le fu consegnato un messaggio del presidente degli Stati Uniti che le chiedeva d ripetere per filo e per segno quanto fatto nella notte della sua elezione. Spiegò al suo imbarazzato interlocutore le ragioni che le impedivano di farlo: non esercitava più la professione di quattro anni prima, non credeva che al suo accompagnatore d'allora interessasse ancora una donna più vecchia e con cui aveva avuto una lunga polemica sulla stampa. Il funzionaro statunitense le chiarì che dipendeva solo da lei, che l'ex premier aveva dato già il suo assenso, che l'onorario le sarebbe stato liquidato dallo Stato americano. La trattativa fu rapida, la tariffa da lei richiesta fu accettata senza fiatare. Un vero giallo, dal finale incerto: ecco come la stampa di tutto il pianeta descriveva la mattina del 6 novembre 2012, gli scenari della giornata elettorale. Gli staff dei due contendenti erano in ebollizione: una cellula segreta, in campo democratico seguiva l'evoluzione della " Operazione rewind" come era stata subìto definita la strategia della scaramanzia. Era tutto pronto anche a Palazzo G., la residenza romana dell'ex premier italiano: si attendeva solo che alla venti in punto, P. varcasse di nascosto il cancello d'ingresso dell'abitazione.
Qualcosa andò storto: nel pomeriggio una fonte anonima ben informata aveva soffiato lo scoop ai principali quotidiani e siti on line del paese, svelando l'imminente incontro tra B. e l'escort che per prima l'aveva sputtanato dinanzi all'opinione pubblica di tutto il pianeta. Non bastò la scarsa credibilità dell'informazione a tenere paparazzi, giornalisti, semplici curiosi e fans dell'uno e dell'altra, distanti dall'abitazione di B. La biondissima e ancora avvenente P. trovò ad attenderla un autentico muro di taccuini, registratori, flash, cellulari e telecamere. La folla cantava cori da stadio: P. prima d'infilarsi nel cortile del palazzo, fece in tempo a dare un'intervista alla Cnn, a concordare la partecipazione gratuita al " David Letterman show"' in cambio di in un'esibizione canora. Una famosa agenzia di scommesse riuscì a quotare il replay delle performance di quattro anni prima da parte di B., rese di dominio pubblico dalle registrazioni fatte da P.; le puntate fioccavano numerose, la maggioranza, scettica, puntava sull'under. Una folta schiera di persone seguiva l'evento dalla strada: megaschermi in tutta la città, informavano in diretta su ciò che stava succedendo negli Stati Uniti e in via del Plebiscito. B. Si era preparato a dovere: capiva che la rielezione di O., forse le sorti di tutta l'umanità, nei prossimi quattro anni, dipendevano dalle sue capacità amatorie. Già dopo il primo exploit, arrivavano notizie positive: il presidente in persona, lo aveva chiamato per dirgli di tenere duro, e annunciargli che in caso di successo, lo avrebbe fatto insignire della laurea ad honoris causa in Sex Therapy; già alcuni Stati in bilico, erano stati conquistati. Le farmacie erano state saccheggiate da B., in tutta Roma, non si trovava una confezione di Viagra, neanche a pagarla a peso d'oro. I cori che giungevano dalla strada avevano il potere di gasarlo: nemmeno la telefonata di un membro autorevole del suo partito era bastata a dissuaderlo ad andare avanti. Perché stava facendo tutto ciò per uno che aveva idee opposte alle sue? La notte fini con un trionfo: le bandiere al vento di Chicago si univano idealmente con la ola dei sostenitori di B. L'ex premier spossato ma felice, dopo essersi congratulato con P. per l'ottima collaborazione concluse: "Meno male che Obama non può correre per un terzo mandato, tra quattro anni, a ottant'anni suonati, forse non potrei essere d'aiuto a nessuno, nemmeno a Rosy Bindi".
martedì 6 novembre 2012
Il duro mestiere del cognato
Fare il cognato è un duro mestiere, specialmente quando nell'albo di famiglia la voce sorelle è sbarrata ben cinque volte. Mi sono dovuto ingegnare sin da ragazzo per trasformare in un'opportunità, quella che si presentava come una sciagura, una vera calamità naturale. La mia specialità sono i politici, di tutte le fazioni, le latitudini, le razze: ho un vero fiuto per scovarli quando sono agli inizi della carriera, per sottoporli al vaglio e al giudizio di chi li deve impalmare. La Dea bendata non è stata arcigna nei miei confronti: cinque sorelle cinque, da schianto, da infarto al primo sguardo, appariscenti e sexy, come non si sono forse mai viste. Non ricordo quando ho deciso di fare il cognato a tempo pieno: non so nemmeno, anzi, se posso esibirlo come mestiere sul biglietto da visita. Cognato di Tizio e Di Caio, di Sempronio, di Gianfranco e di Antonio: le feste di famiglia vanno convocate dal presidente del Senato, visto che quello della Camera, vi partecipa di diritto? Il sabato e la domenica prima delle elezioni, le riunioni di famiglia possono essere indette senza incorrere nelle sanzioni previste dalla legge? Procediamo con ordine: da giovane ero un ribelle che si occupava di politica; manifestazioni, dazebao, slogan, scontri con la polizia erano il mio pane quotidiano. Mi sforzavo di fare opera di proselitismo, con poca fortuna: solo le sorelle più grandi mi davano retta, seguendomi alle manifestazioni, per convinzione o per rimorchiare qualcuno; il leader del movimento, un aitante poliziotto della Celere, un vip di passaggio incuriosito dai colori del corteo. Una mattina ero davanti a Montecitorio, per protestare contro l'ennesima stangata di fine anno, la solita finanziaria lacrime e sangue: i deputati attraversano la piazza alla spicciolata; quelli della maggioranza con il bavero alzato per non farsi riconoscere e la coda tra le gambe, quelli dell'opposizione col sorriso a trentadue denti stampato sul volto, in gruppi di dieci a fare la ola come allo stadio. Massimo era un peones, un esordiente della politica che volle concedersi un bagno di folla come un leader affermato: trovatosi davanti le curve e le grazie di mia sorella, però, non poté fare altro che arrossire come un liceale dinanzi alla ragazza dei suoi sogni. Balbettò, incespicò sulle parole, farfugliò qualcosa, ma riuscì ugualmente a fornire a Marcella, la sorella più grande indirizzo e recapito telefonico. Corteggiamento, fidanzamento e matrimonio seguirono in rapida sequenza: fu così che ebbe inizio il mestiere di cognato. I passi successivi furono più facili: ben introdotta nei salotti della politica, grazie al matrimonio, a Marcella non fu negato di farsi accompagnare a turno da sorelle non meno attraenti e appariscenti di lei. Le proposte fioccavano: gli onorevoli già sposati promettevano attici in centro, auto di grossa cilindrata, per una relazione di breve durata. Non mancavano gli imprenditori prestati alla politica che proponevano ville ai Caraibi o in Costa Smeralda, comparsate in televisione, cessione di quote consistenti di azioni della propria azienda. Il consiglio di guerra era riunito in seduta permanente per vagliare le candidature dei futuri consorti: c'era chi spingeva per scegliere i pretendenti più ricchi, chi come me si sforzava di preferire coloro che avevano più tela da tessere, maggiori probabilità di fare carriera, di arrivare ai vertici della politica. Fu deciso di valutare le candidature di parlamentari di maggioranza e opposizione: per proteggersi dai capricci dell'elettorato e dalla pratica dello spoiler system. La scelta cadde su un deputato del Pdl, uno della Lega per il centro destra, uno del Pd e uno dell'Italia dei Valori per il centrosinistra. Cerimonie sfarzose, quasi matrimoni di Stato, per il numero di deputati e senatori, di generali delle forze Armate, di ambasciatori e di alti funzionari presenti. A me toccò la regia degli eventi: mettere d'accordo cognati tanto diversi e diffidenti richiese capolavori di diplomazia. Il bello, però, venne dopo: un lungo lavorio ai fianchi delle sorelle per farmi rivelare le confidenze sui giochi della politica da rivendere al miglior offerente, ai servizi segreti o ai giornali disposti a pagare a peso d'oro le informazioni. Poi le case da visitare, i costruttori da contattare: fosse per loro, mi avrebbero liquidato con due stanze male arredate a Canicattì o a Bellusco. Il vento dell'antipolitica che già ora soffia sul Palazzo mi mette in crisi: senza più sorelle da sposare, con i cognati in fase di avanzata rottamazione, come potrò sbarcare il lunario? A differenza loro a me non spetta un generoso vitalizio, una pensione d'oro capace di farmi dormire sogni tranquilli per l'intera vecchiaia. Urgono soluzioni originali, per non finire essere costretto a imparare il mestiere di barbone, dopo quello più redditizio di cognato dei potenti. Il mestiere di suocero: ecco la soluzione! Posso adottare una figlia vicina alla maggiore età, una ragazza carina e sveglia, da far convolare a nozze, magari a ridosso delle elezioni, con un probabile deputato di Grillo, un ragazzo giovane e ingenuo da manipolare. Basta una raccomandazione in fondo per accelerare le pratiche di adozione! Consulto mia moglie, torno a riunire il consiglio di guerra, cognati di grido compresi: per elaborare un piano, per adottare strategie adeguate alla nuova realtà della politica. La Dea bendata non mi ha abbandonato: nella lista delle adozioni ci sono due sorelle diciassettenni, forse riesco a sposarne una con un deputato di maggioranza e l'altra con un rappresentante dell'opposizione. Il piano riesce alla perfezione: ungendo le ruote giuste, scucendo fior di bigliettoni, batto il record mondiale di velocità delle adozioni. Appronto un nuovo piano: le gemelle sono due ragazze belle e sveglie, senza peli sulla lingua, disposte a tutto per raggiungere ricchezza e popolarità. Faccio una cernita dei candidati, avvio contatti riservati per un appuntamento ma senza fortuna: m'imbatto in gente senza arte né parte, zero soldi, zero proprietà immobiliari, poco interesse per l'altro sesso. Abbasso l'asticella ma senza risultati: sembra che in certi ambienti, ormai, imbattersi in un eterosessuale sia come cercare un ago in un pagliaio. Che ci faccio ora con le gemelle? Anche dalle parti di Arcore, ormai, si trovano veline in mobilità, soubrette che tirano avanti col sussidio di disoccupazione, consigliere regionali in svendita su Ebay. Mi guardo intorno: non capisco cosa sta succedendo, c'è qualcosa di nuovo alle porte che non mi piace e che sta decretando la morte sociale per chi come me ha campato sinora sulle spalle della collettività.
venerdì 26 ottobre 2012
Una vincita al lotto
Il dolore si era già placato, quando cominciasti ad abitare i miei sogni: in punta di piedi, con parole carezzevoli, con gli sguardi rassicuranti e delicati che avevano accompagnato tante mie giornate. La tua scomparsa non era recente: l’uscita di strada, causata dall’asfalto bagnato, lo schianto improvviso contro il guardrail in una uggiosa e fredda serata d’inverno. Mi restano impressi nella memoria i rituali che non hai potuto vedere: i rilievi della polizia stradale, quelli del medico legale, la veglia di menti e anime straziate, le parole commoventi del tuo confessore durante la celebrazione dei funerali, il corteo silenzioso che ti accompagna verso l’ultima dimora. Poi giorni, mesi, anni di vuoto, di stanze disabitate dal tuo canto, di letti disfatti e mai riordinati. Il tempo che sfoca i ricordi ha quasi compiuto il miracolo, prima del tuo riapparire in sogno: al risveglio, per prima cosa apro il tablet, per appuntare i ricordi, per annotare i numeri che proprio tu mi hai chiesto di giocare. Il conto in banca è quasi a secco, liquefatto da investimenti sbagliati, spese folli, giustificate solo dal bisogno di rimarginare le ferite dell’anima. Non ho molta dimestichezza con scommesse, lotterie, giochi d’azzardo: chiedo all’addetto della ricevitoria più vicina, di consigliarmi sul modo più conveniente di effettuare la giocata al lotto. Ho l’animo agitato dall’ansia prima dell’estrazione, ma sensazioni positive: se mi hai espressamente chiesto di giocare dei numeri, ci sarà pure una ragione. Non ho vinto, anzi: nessun dei numeri giocati, è stato estratto. Protesto, inveisco contro il tuo inganno, quando mi ricompari in sogno: col sorriso mi racconti una strana storia di raccomandazioni nell’aldilà, di parenti col coltello tra i denti, in lotta per scoprire la prossima combinazione del superenalotto, di angeli che come veri agenti segreti, cercano di depistare, confondere tracce, mandare segnali di fumo. Ti sei fidata di una promessa, sei caduta nel tranello teso alle tue spalle da altre anime. Mi chiedi di giocare di nuovo: i numeri, questa volta sono sicuri, vengono direttamente da una fonte autorevole del paradiso. La delusione è ancora più cocente: un’altra estrazione andata a vuoto. Il tuo imbarazzo è palpabile: nel visitarmi di notte, non riesci nemmeno ad alzare gli occhi per guardarmi. T’arrampichi sugli specchi, parli di corrotti e corruttori, di faide tra beati, d’inganni perpetrati ad arte contro i più sciocchi. Questa volta, però sostieni di aver fatto le cose per bene, di aver nascosto le tue mosse, di avere unto i giusti ingranaggi per arrivare ai numeri vincenti. Al risveglio decido di darti fiducia, per l'ultima volta: solita ricevitoria e altrettanto abituale ansia per l'estrazione. Un urlo di gioia: stavolta mi hai dato i numeri giusti! Una cinquina secca sulla ruota di Napoli, per una vincita milionaria che può rendere sereni i miei restanti anni di vita. Mi metto in moto per riscuotere la somma vinta, meno di un mese dopo c'è già sul mio conto il bonifico tanto atteso. Mi riappari in sogno solo dopo l'incasso: occhi bassi, toni sommessi, come per chiedere scusa di un errore, di un ennesimo fallimento. Mi detti due codici IBAN, pregandomi di versare su quei conti la metà della somma incassata: mi spieghi che è la tangente pattuita con gli avi dei destinatari del versamento. Mi riveli che funziona così anche nell'aldilà, che per ottenere qualcosa bisogna oliare gli ingranaggi giusti, fare favori a destra e a manca: l'unica differenza, rispetto alla realtà terrena è che ai defunti, agli angeli e ai beati, non interessa il sesso. Eseguo gli ordini, dispongo i bonifici sui conti correnti segnalati, ma senza fretta: so anch'io che il tempo è denaro. Mi sveglio di soprassalto poco prima delle sei di un mattino di primavera: dal cortile arriva un suono assordante di sirene, di ordini urlati, di forte agitazione; c'è in corso una vasta operazione di polizia, a giudicare dal numero di volanti e di uomini in azione. Non faccio in tempo a vestirmi che suonano alla porta: pochi minuti dopo sono costretto a seguirli in manette, con un ordine di arresto spiccato dal magistrato per corruzione. Non mi raccapezzo, non capisco l'origine dell'accusa: non frequento politici, funzionari del comune o dello Stato, ho sempre pagato le tasse sino all'ultimo centesimo, anche se di mestiere faccio l'imprenditore edile. Devo aspettare il giorno dopo per l'interrogatorio davanti al magistrato: sono accusato di avere versato una ricca tangente all'assessore all'edilizia del mio comune attraverso un bonifico bancario. Riconosco il bollettino di versamento: come faccio a spiegare che quella era una tangente, ma concordata nell'aldilà "a mia insaputa"? Decido di avvalermi della facoltà di non rispondere, per avere il tempo di riordinare le idee, di consultare il mio avvocato, di scegliere la linea difensiva più giusta. Dinanzi alle mie spiegazioni il difensore mi consiglia di ricorrere al patteggiamento: qualche anno di galera è preferibile a un ricovero a tempo indeterminato in una struttura psichiatrica. Processo e condanna sono stati rapidi: da innocente a reo confesso, con quattro anni di carcere da scontare sulle spalle. Non mi hai lasciato solo: notte dopo notte mi hai raccontato dei tentativi fatti per muovere a pietà, le alte sfere dell'aldilà, per un innocente condannato alla prigione. Ho capito come funziona: anche in cielo, non siamo tutti uguali; vale la legge del più forte o del più furbo o di chi, non ha sposato mentre era in vita, la più ingenua delle donne in circolazione.
mercoledì 24 ottobre 2012
La cena dei miracoli
Passano in tanti da qui: non in visita di cortesia; chiedono consiglio, aiuto, s'informano su come tutelare i propri diritti, difendersi da loschi imprenditori o dalle truffe della new economy. Una vasta platea di umanità dolente, di uomini e donne segnati da esperienze negative. Si contano ormai sulle dita di una mano le visite di braccianti e muratori col viso bruciato dal sole e i calli alle mani, dei proletari di una volta: i miei interlocutori ormai sono solo giovani disillusi, laureati con centodieci e lode, insegnanti precari in lite con lo stato, lavoratori in nero di tutte le razze. La sede di un sindacato e' un ottimo osservatorio per capire come va il mondo o verso quale abisso può condurci il demone dell'avidità. L. si presento' in un pomeriggio d'autunno: aveva poco piu' di vent'anni; i lunghi capelli biondi, gli occhi verdi, il sorriso timido, lo sguardo spaesato, ne esaltavano la delicata bellezza. Aveva un braccio ingessato, lividi alle gambe che la gonna corta non riusciva a coprire del tutto. Mi parlo' a cuore aperto, raccontandomi una storia già sentita molte volte: otto ore al ristorante come cameriera, niente contributi versati, straordinari non retribuiti, le avance sempre più audaci del datore di lavoro tra l'indifferenza degli altri colleghi. Poi l'infortunio banale che fa precipitare la situazione: una semplice scivolata, il gomito che sbatte violentemente sul pavimento dinanzi ai clienti distratti, il dolore lancinante, la corsa verso il pronto soccorso più vicino, le radiografie, la telefonata a casa, la corsa trafelata dei genitori, il pianto dirotto di mamma, infine il gesso. Al poliziotto di guardia al pronto soccorso non poté dare una versione di comodo: aveva ancora addosso la divisa del locale, il cliente che l'aveva trasportata aveva già raccontato per sommi capi l'accaduto. Il datore di lavoro si fece vivo solo l'indomani, non per informarsi sulle sue condizioni di salute, ma per comunicarle il licenziamento immediato. Non basto' protestare, minacciare denunce, rivendicare i propri diritti: avevano già provveduto a sostituirla. L'ufficio del Lavoro e la Guardia di Finanza, si erano messi in moto dopo la segnalazione della Polizia: le indagini, pero' furono subito rallentate dall'intervento di deputati di maggioranza e opposizione, da sempre ospiti graditi e non paganti del ristorante. Quella visita era per lei l'ultima spiaggia, la sola possibilità che ancora le rimaneva di avere giustizia. La congedai quasi subito, non prima pero' di aver segnato nell'agenda il numero di cellulare, l'indirizzo di posta elettronica e quello di casa. Nei giorni successivi pensai al modo migliore di aiutarla: con una causa legale, L. avrebbe ottenuto il risarcimento che le spettava, forse solo qualche mese prima della pensione. Servivano idee e soluzioni inusuali, interventi atipici come i contratti di lavoro più in voga. Preparai un piano: con l'aiuto di tre colleghi ci recammo al ristorante dove lavorava L.; da quattro tavoli diversi potevano avere il controllo di quanto accadeva in sala. Giocammo ai detective: telecamere e microfoni ben nascosti, ma perfettamente funzionanti. Aspettammo che la sala fosse piena: professionisti di grido con signora in abito lungo al seguito, politici accompagnati da sedicenti figlie e nipoti...giovanissime, giornalisti con registratore e taccuino a portata di mano; il parterre quella sera era di prim'ordine. Finsi un malore, gridai all'avvelenamento, sbraitai tutta la mia rabbia al proprietario minacciandolo denuncia ai carabinieri, esposti in procura, interviste in tv. Si precipitarono giornalisti e politici: chi per testimoniare l'accaduto, chi per insabbiarlo. Il proprietario, pallido in viso prometteva mari e monti a tutti: cene gratis, costose ceste natalizie, biglietti per lo stadio, buoni da spendere al sexy shop, dvd porno di casalinghe insoddisfatte. I miei colleghi riprendevano tutto di nascosto: le trattative col proprietario lunghe e serrate erano ormai vicine alla fumata bianca. Finsi di accettare le sue proposte: la diagnosi del pronto soccorso fu avvelenamento causato da cibi avariati, l'agente di servizio verbalizzo', la natura domestica dell'incidente. Il lavoro di assemblaggio dei filmati girati al ristorante richiese qualche giorno: una volta completato, pero', confermo' la bontà dell'idea. I giornalisti e i politici che comparivano nel video non vi facevano una gran figura: venduti e corrotti per un'amatriciana fatta a regola d'arte, una bottiglia di Chianti d'annata, una sveltina gratis con una cameriera compiacente nello sgabuzzino degli stracci. Spedì i video alla casella di posta elettronica degli interessati, accompagnati da una mail dove ne minacciava la diffusione su You Tube. Scoppio' il panico: fui subito contattato da avvocati di grido, alti funzionari del sindacato, deputati barricaderi dell'opposizione in pieno assetto di guerriglia. Avanzai una proposta per evitare la diffusione dei filmati: nessuna trattativa, prendere o lasciare. Il giorno dopo L. fu sorpresa da una telefonata del datore di lavoro: pentito del licenziamento, si dichiarava pronto alla riassunzione, con contratto a tempo indeterminato, il versamento dei contributi arretrati, di diecimila euro come risarcimento per i danni subiti con l'infortunio. Non mi ringrazio', perché non seppe mai, come questo miracolo era potuto accadere.
martedì 23 ottobre 2012
Un presidente tuttofare
L'annuncio della conferenza stampa del presidente arrivo' nello stesso comunicato che riportava la notizia dell'esonero dell'allenatore della squadra più titolata al mondo. La decisione era inevitabile: solo una brusca sterzata poteva evitare alla società l'umiliazione di lottare per la retrocessione, pochi mesi dopo avere sfiorato la conquista del titolo nazionale. Una squadra smarrita, senza fibra, ne' identità, senza leader capaci di guidarne la riscossa. I tifosi erano su piede di guerra: contestavano al club la cessione dei pezzi della rosa più pregiati in estate e dei leader storici dello spogliatoio, l'acquisto di atleti dal pedegree non all'altezza del blasone della società. Non risparmiavano nessuno: dal presidente idolatrato per anni all'allenatore vincente sino ad allora, a quei dilettanti allo sbaraglio che indossavano maglie trasudanti gloria, ricordi di gesta memorabili su un campo di calcio. L'attesa febbrile non andò delusa: il presidente non conosceva l'arte della diplomazia, non amava esprimersi per luoghi comuni. Spiego' nei dettagli i motivi dell'esonero di un tecnico apprezzato da tutti: in certe situazioni c'e chi e' costretto dal ruolo a pagare anche per colpe altrui. Da abile stratega concentro' l'attenzione dell'uditorio sul sostituto, chiari' le motivazioni che l'avevano condotto a fare una scelta controcorrente; infine annuncio' tra lo stupore generale la decisione di assumere in prima persona la guida della squadra, di dirigere gli allenamenti, di scegliere la formazione da mandare in campo, la tattica di gioco, lo staff di collaboratori, di seguire le trattative di mercato. Scarto' tra le mansioni da svolgere, quella del giardiniere, d'autista di pulmann, di magazziniere e di cuoco: non aveva tempo per tutto, fu la sua giustificazione. Parti' un vero diluvio di domande e di richieste di spiegazioni: chi voleva maggiori dettagli sul modulo, chi sui giocatori da mandare in panchina, chi su come avrebbe reagito vedendo l'arbitro in completo rosso fiammante fischiargli un rigore contro, chi chiedeva se non era più portato ad allenare una compagine di calcio femminile, chi cercava di capire a chi sarebbe spettato in società, il compito di esonerarlo, in caso di crisi di risultati. Rispose con pazienza a ogni domanda: il modulo preferito era il 2-4-4; uno schieramento mai utilizzato da nessuno solo perché coperto da un suo brevetto, sin dai tempi del i liceo. Non aveva preclusioni di sorta verso nessun atleta: solo i comunisti, i gay, i pubblici ministeri, i giornalisti e i futuri generi che giocavano a pallone, non sarebbero mai rientrati nella sua formazione. Il suo rispetto per i fischietti era totale: affermo', con molta sincerità, pero',' di avere qualche difficoltà ad accettare in modo sereno il giudizio degli assistenti di linea donna in pantaloncini. Aveva spesso pensato di acquistare una squadra di calcio femminile, ma fatti i conti, aveva capito che sarebbe costata molto più cara di un equivalente club maschile: tra gravidanze, assegni di mantenimento, spese per prestazioni extra, avrebbe seriamente rischiato il fallimento. Nessuno poteva esonerarlo: lui si era nominato allenatore e solo lui poteva dimettersi dall'incarico. Un'ovazione chiuse la conferenza stampa: i giornali avevano gia' materiale a sufficienza per un mese di pubblicazioni. La squadra era già in attesa sul campo di allenamento quando giunse con l'elicottero, accompagnato da due procaci e avvenenti assistenti in minigonna e tacchi a spillo. Si presento' con umiltà: chiese a tutti di aiutarlo a non fare brutte figure con i colleghi allenatori, a tenere alto il vessillo del club. Le assistenti si dimostrarono subito molto professionali: disposte dietro la linea di porta, si toglievano un indumento dopo ogni goal, per invogliare tutti a un maggior impegno in allenamento. Al primo che segnava una tripletta, andava in regalo tutta la lingerie indossata per l'occasione. L'allenamento fu intensissimo: tante teste d'uovo si misero subito all'opera per capire come trasferire quella speciale tecnica di lavoro in partita, specialmente in quelle in trasferta. Lo studio del regolamento fu molto approfondito: una norma specifica vietava agli atleti di togliersi la maglia dopo un goal realizzato, ma non c'erano commi che estendevano lo stesso divieto allo staff tecnico. Fu deciso di seguire quella strada: forse anche l'arbitro sarebbe stato invogliato a fischiare un rigore generoso, a dare un goal inesistente, a chiudere un occhio sul regolamento, se in premio c'era uno strip da urlo! I risultati non si fecero attendere, la squadra inizio' a risalire velocemente la classifica: anche agli avversari, in fondo non dispiaceva subire qualche rete in più, se l'incontro si metteva subito male. Fioccarono le imitazioni, le interrogazioni parlamentari: non furono presi, pero' provvedimenti, dopo che l'asta dei diritti televisivi frutto' il triplo degli anni precedenti. Fu tutto un fiorire di assistenti mozzafiato: fu inventato all'istante un concorso di bellezza per aspiranti stripper da stadio, con partecipazioni oceaniche di ragazze, mamme e nonne. Una norma inserita ad hoc nel regolamento consentiva all'arbitro la sospensione di cinque minuti dell'incontro dopo ogni goal, per consentire prestazioni migliori allo staff tecnico. A fine campionato la squadra raggiunse l'obiettivo della partecipazione ai preliminari di Champions, l'unico possibile dopo il disastroso avvio di stagione. I comunisti e i generi del presidente furono ceduti durante la sessione invernale di mercato, alla figlia, invece, fu negata l'ammissione nello staff tecnico della squadra. Un dubbio si fece strada nella mente del presidente nella costruzione di una nuova squadra: per puntare allo scudetto e alla Champions e' meglio acquistare dei fuoriclasse del pallone o ragazze con abiti più succinti, curve più provocanti, seni e fianchi da sogno?
lunedì 22 ottobre 2012
Amiche per la pelle
Ci ritrovammo dopo anni di silenzio, l’inevitabile separazione, era stata determinata dalla distanza: città diverse, esperienze di vita agli antipodi. Eppure un tempo eravamo amiche per la pelle, confidenti, inclini alla leggerezza dell’età, a godere a piene mani della gioia della giovinezza. Galeotto fu Facebook, prima in chat, poi in videochiamata facemmo il punto del nostro percorso: i mariti, i figli, le gioie e le delusioni, le amarezze e i sogni intatti. Non tornammo giovani: ci riscoprimmo, però, meno stanche della vita, più pronte al sorriso, più aperte al nuovo. Decidemmo di rincontrarci, per capire quanto il tempo e l’età, ci avessero cambiato, come potevamo reagire ad un caldo abbraccio, alla stretta di mani amiche, al profumo emanato dalla pelle d’entrambe. Che giorni esaltanti! Rivedere i luoghi della nostra giovinezza, tornare con la memoria alle risate e agli scherzi di un tempo, ritrovare la complicità che frasi, sorrisi e sguardi, sapevano creare. Il distacco, però, fu doloroso: forse senza accorgercene avevano già iniziato la discesa verso l’inferno. Tornammo alle nostre occupazioni; alle videochat, ma con animo più malinconico, con una nuova sensazione d’incompiutezza. Non so perché decidesti di partire all’improvviso, senza dirmi della tua decisione: che sorpresa fu aprire la porta e trovarti, che gioia, rispondere al tuo abbraccio. Mi baciasti: non sulla guancia, come fanno le amiche; io schiusi le labbra e ricambiai, confusa, con cervello in fiamme, con scariche elettriche in tutto il corpo. Non mi fermai a riflettere, non cercai di capire: lasciai fare all’istinto, a ciò che il cuore dettava. Facemmo il punto della situazione solo dopo che ogni centimetro della nostra pelle era stato infiammato da baci, scosso da brividi, consumato da carezze dolcissime, dopo che al cervello in fiamme erano giunti alla fine, i segnali di chiusura delle ostilità. Non avevamo mai pensato che potesse accadere: era successo tutto troppo in fretta, con estrema naturalezza, per trovare una spiegazione. Era necessario far defluire le emozioni, ritrovare il controllo, riordinare le idee: ci separammo di nuovo; alla ricerca di nuovi e più avanzati equilibri. Nulla era più lo stesso: lavoro, affetti, amicizie, erano scandite da ritmi più blandi, colori meno vivi, sapori indefiniti. Trovammo il modo di riprovare le stesse potenti emozioni della prima volta: poi ci rinfacciammo le scelte mancate, le reciproche paure; provammo dolore per ogni amplesso coniugale non respinto, gelosia per ogni bacio accettato di malavoglia. Ci sentivamo in balia degli eventi, di destini contrari, di venti impetuosi: litigio dopo litigio, finimmo per distaccarci di nuovo, in modo da ritrovare un po’ di pace. L’amore ci ha resi ebbri di gioia e tormentato, ma ci ha restituito alla vita: è ciò che conta, ciò di cui dobbiamo esserle grate per sempre.
sabato 20 ottobre 2012
Errori burocratici
Qualcosa non gli tornava. Nessuno dei colleghi già da un po' si avvicinava alla sua scrivania per scambiare due parole, per commentare il lunedì i risultati del weekend di calcio, per invitarlo a prendere il caffè, per criticare i superiori. Si era accorto da qualche giorno che sul suo conto non gli era stato accreditato lo stipendio, forse per un ritardo nella trasmissione dei dati alla banca da parte dell'ufficio personale o solo per un errore burocratico. Al rientro a casa gli sembrava tutto diverso: la moglie lo accoglieva col sorriso, lo interrogava su come aveva trascorso la giornata, se aveva appetito, sui programmi della serata e dei giorni successivi. Era un piacere poter scambiare quattro chiacchiere con qualcuno, discutere a tavola degli ultimi flirt di vip, veline e velone, attori e attrici di fiction, visto che la sua meta' non si occupava di politica, di letteratura, di arte o di sport. Anche a casa, pero', c'era qualcosa che gli sfuggiva: spesso la moglie, dopo cena, invece di sdraiarsi sul divano a guardare la televisione, andava a giocare a carte con le amiche o al cinema con qualche collega di lavoro. Pc, cellulare e televisore erano ormai l'unico contatto con la realtà': anche gli amici su facebook e twitter, pero', da qualche tempo sembravano come eclissati. Cominciava a preoccuparsi: forse era ora di prendere dei provvedimenti, di capire cosa stesse succedendo. Una visita all'ufficio personale era il passo più urgente: senza l'accredito dello stipendio non poteva pagare la rata del mutuo e quella dell'auto, il parrucchiere, il centro benessere, la palestra e il corso di tango alla consorte. Rifiutarono di riceverlo, oppure finsero di non aver udito il suo nome, non e' ancora chiaro: di sicuro, non ebbe alcuna informazione sul mancato accredito delle sue spettanze. Decise di rivolgersi al sindacato: documenti alla mano dimostro' al funzionario che volle incontrarlo, il diritto a ricevere quanto dovuto per il lavoro svolto. Lesse e approvo' i toni ultimativi del sollecito, la minaccia dello stato di agitazione, di immediata sospensione degli straordinari, in caso di mancata adesione alle richieste formulate. Fece di piu': richiese via mail un appuntamento all'amministratore delegato, non prima di aver chiesto, tramite l'avvocato di fiducia, il risarcimento danni per il mobbing perpetrato ormai da mesi nei suoi confronti. Informo' la moglie di ogni suo passo, le chiari' che per il mese in corso doveva rinunciare alle cure estetiche, alla palestra, alle cene con le amiche, a ogni spesa superflua. L'avvocato gli comunico' d'aver fissato l'incontro con i vertici dell'azienda per l'inizio della settimana successiva e gli chiese di non recarsi in ufficio sino al chiarimento della vicenda. L'amministratore delegato li ricevette di pomeriggio; già la stretta di mano tradiva un certo imbarazzo. L'esposizione della vicenda dell'avvocato fu concisa ed esauriente; chiari' per sommi capi la vicenda, riepilogo' le richieste, identifico' con precisione i temi oggetti di trattativa. I toni dell'amministratore delegato erano cortesi, con voce calda si sforzava di spiegare la correttezza del suo operato e di quello dei propri collaboratori. In rapida successione presento' alla controparte importanti documenti: un dispaccio della polizia di stato che informava della scomparsa avvenuta tre mesi prima, in un incidente stradale, del dipendente che aveva di fronte; carte bancarie e previdenziali di pari contenuto e tenore, un certificato di morte presentato dalla consorte per riscuotere la pensione di reversibilità'. Spiego' che tutti in ufficio pensavano che quello che ogni giorno si trovavano davanti in ufficio, fosse un fantasma, solo lo spettro vendicativo dell'impiegato defunto e per questo lo ignoravano. Chiari' che senza una sentenza del tribunale non poteva correre ai ripari o esaudire le loro richieste. Le spiegazioni dell'amministratore delegato non convinsero nessuno: aveva solo approfittato della situazione, per risparmiare su retribuzione, contributi e tasse da versare. Si recarono subito al commissariato per denunciare l'errore, quindi avviarono le pratiche burocratiche necessarie. Al rientro a casa, si trovo' davanti a un'amara sorpresa: la moglie aveva cambiato la serratura. Provo' a suonare: trasecolo' quando apri' la porta un uomo in vestaglia, inorridì, quando vide la moglie svenire, dopo aver pronunciato frasi sconnesse sui fantasmi, imprecato contro la polizia, gli avvocati, gli amministratori delegati. Fece due conti: mancava da casa, appena da qualche ora; ma come era riuscita la sua signora a cambiare la serratura, trovare un amante e proporgli una convivenza? Forse era solo un incubo, al risveglio ne avrebbe riso insieme alla moglie. Gli tornarono in mente le partite a carte con le amiche, i cinema con le colleghe: quell'uomo non era sbucato dal nulla, non era un accompagnatore affittato ad ore. Non doveva esserle sembrato vero: un marito defunto, una pensione da incassare, un amante da poter far venire allo scoperto, in cambio di qualche sceneggiata, di vere performance da attrice affermata. Un atroce sospetto gli passo' per la mente: quando avevano celebrato i funerali, dove era la sua lapide al cimitero? Possibile che non avessero avuto almeno la gentilezza di invitarlo, in modo da poter controllare chi era presente, in quanti lo piangevano, chi, invece, godeva della sua disgrazia. Un'idea si fece largo nella mente: se era defunto non poteva essere ritenuto responsabile di alcun reato. Poteva rapinare banche, non pagare alle prostitute quanto pattuito per le prestazioni, spacciare droga. Si procuro' un'arma, suono' alla porta di casa, sparo' alla moglie che gli venne ad aprire: prima che esalasse l'ultimo respiro, gli chiese quali documenti servivano per incassare la pensione di reversibilità, una volta uscito di prigione.
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