mercoledì 5 dicembre 2012

Anna e i suoi amanti: un giallo risolto



Anna Bolena fu moglie di Enrico VIII tra il 1533 e il 1536 e regina D'Inghilterra; fu causa dello scisma che portò alla rottura con la Chiesa di Roma e alla nascita della confessione Anglicana. Le fonti storiche non sono concordi sulla data di nascita; di sicuro venne al mondo tra il 1501 e il 1507; convengono, invece, su giorno, mese e anno della morte avvenuta per decapitazione il 19 maggio 1536. “Almeno così sembrava sino a qualche tempo fa!” esclamò  il conduttore televisivo di una trasmissione di successo; poi fece una pausa, guardò fisso per qualche istante la telecamera che lo inquadrava e continuò il racconto con un tono di voce più sostenuto. “Sino alla pubblicazione di una nuova biografia su Anna Bolena in cui s’ipotizzano scenari di tutt'altro tipo”. “Abbiamo invitato, continuò, l'autore del libro "Mistero alla corte di Enrico VIII: la vera storia di Anna" per esporci le sue teorie. Il regista diede ai cameraman l'ordine d'inquadrare lo scrittore Alan Smith, mentre entrava a passi lenti nello studio e raggiungeva il conduttore tra gli applausi dei figuranti pagati per spellarsi le mani a comando. Statura media, capelli grigi, un cinquantenne in piena forma: così apparve a tutti lo studioso di storia inglese. Il suo racconto era tradotto in simultanea per i telespettatori da una calda voce femminile. Alan prese a raccontare fatti già noti: la tresca di Anna col Re prima del matrimonio, l'incoronazione avvenuta tra le risa di scherno del popolo che parteggiava per Caterina, la Regina detronizzata, la nascita della figlia Elisabetta, futura regnante, gli intrighi di corte che ne determinarono la caduta in disgrazia, il processo e la condanna. A domanda del conduttore, lo studioso rivelò che ad essere decapitata non fu Anna, ma una delle sue cameriere: un carteggio da lui rinvenuto in un vecchio castello abbandonato dimostrava che Anna fu tradotta in catene a Roma e imprigionata nelle carceri Vaticane su ordine di Papa Paolo III. Fonti segrete rintracciate casualmente negli archivi Vaticani dimostravano che non aveva chiuso la sua vita in prigione: era divenuta l'amante di cardinali potenti, l'occulta ispiratrice dei lavori del Concilio di Trento. Non morì di morte naturale ma assassinata da mani ignote in un quartiere malfamato di Roma, dove travestita da uomo, soleva recarsi per soddisfare certi appetiti saffici. Il format della trasmissione prevedeva l'intervento telefonico di persone a conoscenza dei fatti narrati. Nessuno si sorprese dunque quando lo squillo di un telefono interruppe il racconto di Mister Smith. Destò stupore, invece, la declinazione delle generalità dell'ospite telefonico: una voce maschile dichiarò di essere Enrico VIII. Il presentatore eccitato dall'idea di uno scoop clamoroso, di una salita vertiginosa dell'audience, prese a interrogarlo. L'uomo negò vigorosamente ogni carteggio con il Pontefice, qualunque accordo segreto con Roma: Anna, fu la sua conclusione aveva pagato con la morte il suo insaziabile appetito sessuale, rivelò che gli amanti condannati a morte con lei erano solo una piccola parte di quelli effettivi. Condannarli tutti avrebbe significato la certa scomparsa della corte dell'epoca. Si udì il trillo di un altro telefono, il pubblico non pagante ammutolì quando una nuova interlocutrice dichiarò di essere Anna Bolena in persona. Alle domande del conduttore, rispose con tono algido, smentendo punto per punto la ricostruzione del marito e quella dello studioso inglese: era stata decapitata dopo un processo farsa, era morta da innocente, non aveva mai tradito il marito, non era ninfomane, né lesbica. Il format della trasmissione prevedeva che i telespettatori interagissero con il conduttore e gli ospiti, via sms, messaggi sul canale Twitter e Facebook del programma. La rete era in subbuglio, erano già stati battuti tutti i record d'audience della trasmissione. Il ritmo della contesa accelerò quando intervenne il Sommo Pontefice Paolo III per confermare l'accordo con Enrico VIII e la carcerazione a Roma di Anna. Il mistero s'infittì quando la testimonianza del boia rivelò che la decapitazione era stata un trucco da illusionisti, che anche la cameriera di Anna, era sopravvissuta a quel 19 maggio del 1536. Mister Alan Smith appuntava ogni cosa sul suo smartphone, cercando di raccapezzarsi in quel caso che aveva ormai le caratteristiche dell'intrigo internazionale. Tutti smentivano tutto: i cinque condannati alla decapitazione insieme alla Regina, con l'accusa di esserne gli amanti, rivelarono di essere stati scarcerati di nascosto e di aver concluso sotto mentite spoglie la loro esistenza molti anni dopo. A quel tempo non era stata ancora inventata la fotografia, non esistevano telecamere, cellulari e altre diavolerie che potessero consentire l’identificazione certa di una persona. L'interruzione pubblicitaria capitò a fagiolo: in un concitato colloquio tra lo staff della trasmissione fu deciso di chiedere ai telespettatori la soluzione del giallo. Alla ripresa della puntata dopo l'immancabile esibizione di nudità danzanti, il conduttore lesse gli indirizzi di posta elettronica dove i telespettatori potevano inviare la loro soluzione del caso. Una giuria avrebbe premiato la spiegazione più ingegnosa con un televisore in 3d da sessanta pollici. La trasmissione si chiuse con un nulla di fatto: mister Alan Smith fu costretto a rottamare il suo smartphone, usurato dal frenetico utilizzo di quella sera. L'incertezza regnò sino al giovedì successivo, giorno della nuova puntata: la giuria riunita per l'occasione, aveva scelto la migliore spiegazione del mistero tra quelle pervenute. Era stata invitata una compagnia teatrale per sceneggiare il caso, con lo scopo di tenere gli spettatori incollati allo schermo tra un'interruzione pubblicitaria e l'altra. Il racconto iniziava con la lettura della condanna a morte per cospirazione, adulterio e incesto della Regina e dei suoi cinque amanti rei confessi. Nella scena successiva Enrico VIII dopo aver ricevuto l'ambasciatore del Papa, gli consegnava per incarcerarla nelle prigioni papali, la cameriera di Anna travestita da Regina. Gli amanti veri o presunti della sovrana, intanto venivano scarcerati di nascosto, al loro posto furono giustiziati dei contadini scelti tra coloro in ritardo col pagamento delle tasse. Anna diventò l'amante segreta del marito, dopo che sposò in terze nozze Jane Seymour. Ebbe l'onore di cornificare nel corso della restante vita anche le tre mogli successive del sovrano d'Inghilterra. Prima dei titoli di coda arrivarono in contemporanea le conferme dei due amanti: il loro segreto aveva finalmente una vera spiegazione. Alan Smith provvide ad aggiornare il titolo della sua opera: "Anna ed Enrico...storia di una beffa secolare". Lasciò soddisfatto la trasmissione: in fondo i documenti pubblicati sul libro erano veritieri e la sua opera era servita a fare luce sul caso. I giornali, l'indomani, si profusero in elogi sperticati: scrissero della nascita di un nuovo genere. Il melodramma storico.




lunedì 3 dicembre 2012

Me ne lavo le mani


Il tam tam in arrivo dal web si era fatto assordante. Da Twitter, da Facebook, gruppi sempre più numerosi di fans di Barabba ne chiedevano l'immediata scarcerazione. L'argomento era all'ordine del giorno persino al Senato di Roma: forse un'amnistia avrebbe potuto risolvere il caso in maniera indolore, senza che l'eventuale rilascio potesse sembrare una resa alla malavita locale. Non era più solo un problema d’ordine pubblico: “l'affaire” aveva ormai tutti i connotati del caso politico. Ladri, truffatori e papponi avevano imparato a memoria la lezione, appena colti in flagrante, quando erano beccati con le mani nel sacco o nella marmellata, si dichiaravano subito prigionieri politici, iniziavano a fare lo sciopero della fame. Erano diventati eroi, gli stessi cittadini derubati ne invocavano la liberazione. I potentati locali, invece, non li vedevano di buon occhio: in cuor loro preferivano che marcissero in prigione, speravano che il Senato di Roma bocciasse la proposta d’amnistia. Le mail in arrivo dall'Italia erano sibilline: i senatori, impegnati a gozzovigliare, a darsi ai bagordi con schiave e liberti, non avevano ancora un'opinione precisa sul da farsi. Su questo rifletteva Pilato, quando un dispaccio d'agenzia annunciò l'arresto di Jesus di Nazareth, il primo nella lista dei cento ricercati più pericolosi di Palestina. La notizia passò quasi inosservata sui siti on line e sui social network, eppure solo pochi giorni prima Jesus era stato accolto quasi trionfalmente al suo arrivo a Gerusalemme. Pensò subito ad un intervento in grande stile del Mossad per silenziare la notizia. Era curioso di conoscerlo e d'interrogarlo: i dispacci d'intelligence di Roma lo descrivevano come un tipo strambo, che s'accompagnava con un corteo di pescatori, muratori, contadini, donne di malaffare, per fare del bene al prossimo. Trasformava l'acqua in vino, anche se a ridosso del deserto del Sinai, sarebbe stato più utile cambiare il vino in acqua. Moltiplicava pane e pesci, ma non i sesterzi, guariva i malati e resuscitava i morti, ma tutti rigorosamente nullatenenti. Non aveva difetti, a parte i capelli lunghi e il look trasandato. Lo condussero al suo cospetto con le catene ai polsi: un plotone di legionari con telecamere al seguito restò in attesa nella sala del governatore, per la traduzione in carcere del prigioniero. Pilato fu sorpreso dal suo arrivo proprio ad ora di pranzo: seduto in un angolo del suo ampio studio stava assaporando l'amatriciana preparata dalla madre che l'aveva seguito sino in Palestina. Fece cenno a Jesus di avvicinarsi, intenerito dalla sua magrezza gli offrì parte dell'abbacchio che faceva bella mostra sul tavolo. Jesus sorrise cortese, ma rifiutò. Pilato lo guardò diritto negli occhi: quel prigioniero non sembrava avere alcun tipo di parentela con i criminali del luogo.  Rimase colpito dalla voce calda, dal parlare colto, ma semplice, dal fascino che il volto emanava. Rilesse i capi d'accusa: cospirazione contro l'impero e blasfemia. Si riteneva il Re dei Giudei, non riconosceva l'autorità di Roma: al suo cospetto Jesus negò le accuse, sia pure con delle perifrasi. Non c'erano prove della sua cospirazione: i suoi discepoli andavano in giro disarmati, non teneva comizi, non andava in televisione ad arringare le folle. Blasfemia? Cosa ne poteva capire lui che aveva decine di dei da servire, di cosa significasse quella parola? Convocò i consiglieri più fidati per trovare una soluzione di compromesso: l'idea migliore venne al regista del TG. Un reality in prima serata per chiedere chi tra Jesus e Barabba era meritevole di scarcerazione. La
proposta piacque subito a tutti. Pilato si alzò di scatto per stringere le mani al regista: accortosi che erano ancora unte del sugo d’abbacchio, si avvicinò al lavabo per pulirle. I flash dei fotografi immortalarono la scena, le telecamere ripresero tutto, i giornali on line strillarono a tutto schermo: " Pilato se ne lava le mani, a voi la scelta. Volete libero Jesus o Barabba?" I disegnatori satirici, i fumettisti si scatenarono con battute fulminanti e vignette esilaranti: gli spazi pubblicitari del reality arrivarono a costare un occhio della testa. Pilato pretese i diritti d'autore: le mani forse erano pulite, ma le tasche dovevano essere piene. I telespettatori potevano votare con un sms dal costo di due sesterzi: il ricavato sarebbe andato in beneficenza all'associazione no-profit "Una reggia per Ponzio". Gli istituti di sondaggio sfornarono i loro responsi: il pubblico in netta maggioranza era orientato a votare per Jesus. Il corpo da ballo aprì la trasmissione con la danza dei sette veli: a metà della performance dei veli non c'era più traccia. Su Ebay c'era già chi li vendeva a mille sesterzi. Barabba aveva giocato bene le sue carte: in un video pubblicato su youtube,
aveva cercato di guadagnarsi le simpatie del pubblico femminile mostrando la plasticità dei pettorali. In un altro video postato su youporn aveva mostrato il resto. Jesus scelse di non fare campagna elettorale: solo Pietro di sua iniziativa editò sul suo profilo Facebook, uno strano filmato dove si vedeva un gallo cantare tre volte. La conduzione del programma fu affidata a Maria Maddalena: una show girl appena approdata al successo dopo un avvio di carriera molto chiacchierato. La prima prova in programma tra i candidati era una gara di lotta: Barabba la vinse per forfait dell'avversario. La gara di quiz, invece, rimise tutto in parità: la risposta esatta di Jesus precedeva la stessa domanda della conduttrice. La regia visionò più volte i filmati, sospettando un accordo segreto tra Maria Maddalena e il concorrente. La conduttrice fu scagionata, quando Jesus con lo sguardo rivolto alle telecamere, pronunciò una delle frasi rimaste famose nella storia della televisione: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra". La prova decisiva fu preceduta da un numero di cabaret che ritraeva Pilato in procinto di lavarsi i piedi prima di decidere da quale lato del letto dormire. Recitare una poesia di loro invenzione: era la terza e decisiva prova cui erano chiamati i contendenti. Jesus scelse uno dei pezzi pregiati del suo repertorio, un classico del genere. Lesse davanti alla platea il Pater Noster. Un silenzio tombale accolse il suo ultimo verso: nessuno osò applaudire. Barabba si avvicinò baldanzoso al microfono gridando in lacrime “ Mamma ti amo” tra la standing ovation del pubblico pagante. La fine della storia è nota: a Maria Maddalena toccò leggere l’esito della votazione. A Jesus erano andati solo trecento voti, contro i trecentomila di Barabba. Jesus finì crocifisso, Barabba tornò a rubare, persino alla mamma. Pilato si godette ancora per poco il bottino, fu presto sostituito da un nuovo governatore più gradito a Roma e meno incline alla pulizia.

giovedì 29 novembre 2012

Questo matrimonio non s'ha da fare. Cronaca di una convivenza annunciata



Don Abbondio passeggiava come d'abitudine lungo la stradina che costeggiava il lago, intento nella lettura del breviario scaricato sul tablet all'ultima moda. Il suono celestiale  dell'Ave Maria di Schubert gli annunciò una telefonata in arrivo sul suo smartphone nuovo di zecca. Da un luogo imprecisato della terra qualcuno si prese la briga di spaventarlo: dopo averlo pazientemente ascoltato, gli chiese le generalità, per inserire i suoi ordini nella lunga lista delle cose che non "s’hanno da fare". Prima di riprendere la lettura dei Vespri, controllò l'agenda delle celebrazioni della settimana, tutte diligentemente trascritte nel suo blog di successo "Mi faccio i fatti miei". Giunto nei pressi della parrocchia notò uno strano assembramento, una calca insolita. Giornalisti, telecamere, semplici curiosi lo aspettavano al varco. Il primo istinto fu quello di darsi alla fuga: poi la ragione, ripreso il sopravvento, gli suggerì d'improvvisare una conferenza stampa. Un po' di pubblicità, rifletté, non ha mai fatto male a nessuno. "E' vero, gli chiese a bruciapelo un inviato dell'Ansa, che per domenica nove dicembre è prevista la celebrazione del matrimonio di Renzi e Lucia e di Bersani con una certa Crozza?" Il buon curato non poté che rispondere affermativamente alla domanda. "Dica ai telespettatori, insistette l'invito speciale del TG1, quale dei due sarà celebrato per primo?" Preso alla sprovvista Don Abbondio finse di non ricordare, affermò di dover controllare i documenti prima di fornire una risposta valida. Invitò i cronisti ad una nuova conferenza stampa per l'indomani. La notizia fece in breve il giro dei siti e dei quotidiani on line: si celebrerà mai il matrimonio tra Renzi e Lucia, Bersani e Crozza riusciranno a celebrare il loro sogno d'amore? Queste erano le domande che tutti si ponevano. Il Partito democratico entrò in fibrillazione, una direzione convocata d'urgenza dovette dirimere il seguente quesito: la scelta dell'ordine di celebrazione dei due matrimoni spettava a Don Abbondio o era di loro competenza? La discussione lunga e accesa, fu aggiornata, a notte fonda, all'alba dell'indomani: una nuova riunione doveva stabilire a chi toccava tra i promessi sposi, il diritto a salire prima sull'altare. Renzi e Bersani decisero di contattare uno per uno nella notte i loro sostenitori nella direzione, per studiare la strategie necessarie per ottenere il mandato a sposarsi per primo. I due fronti erano di pari consistenza: non fu possibile arrivare ad un compromesso, messe ai voti, le mozioni contrapposte ottennero lo stesso numero di preferenze. Dopo aver studiato a fondo lo statuto del partito, la direzione decise d'indire le primarie per domenica due dicembre. L'opinione pubblica si divise esattamente a metà: spetta al più anziano, sostenne una parte, tocca al più giovane replicò l'altra. Questo sembrava a tutti il punto: non una questione di merito, di diritti, di strategie, solo una questione di giorni, mesi, anni di vita. Rottamiamo i vecchi, a destra e a manca, ad Arcore o a Forlì, era il grido dei sostenitori di Renzi: a Firenze anche i seguaci di Savonarola, risvegliati dopo secoli dal frastuono, appiccarono fuochi agli ospizi, alle sedi dell'Inps, marciarono in corteo esponendo gigantografie della Fornero, inseguirono con i forconi gli sfaticati che si facevano scudo dell'art.18, per non farsi licenziare dall'azienda. Bersani e Crozza se la ridevano: si fecero riprendere dalle telecamere mentre giocavano a tressette, bevevano birra appartati in un angolo dello studio, raccontavano barzellette da ospizio. Don Abbondio, in attesa dell'esito delle primarie ascoltava su youtube una messa in latino, quando lo smartphone prese a suonare le note dell'Ave Maria di Scubert: il cuore cominciò a battere più forte, su quel numero arrivavano solo telefonate dall'alto. Rispose titubante, se la fece sotto, quando un misterioso interlocutore disse" Mi consenta, ma questo matrimonio non s'ha da fare!" "Quale dei due?" Fu la risposta immediata, stavolta forse, pensò, aveva una via di fuga. "Ma quello tra Renzi e Lucia, insistette l'interlocutore. Inventi qualcosa, si dia malato in mondovisione, ma faccia fare una figura da polli a quelli del PD! Mi costa una fortuna pagarla, almeno si guadagni lo stipendio"  Mortificato, Don Abbondio, prese ad annotare nel tablet: Venti novembre, ordini perentori dall'alto, matrimonio non s'ha da fare, inserito nel blog "Un curato in vendita al miglior offerente". I giornali del 3 dicembre titolarono sul trionfo di Renzi e Lucia, sulla vittoria della nuova generazione, dei bamboccioni sui vegliardi, di Savonarola sul dottor Balanzone. Il blog di Don Abbondio titolò a tutta pagina " I dolori di  un giovane curato". Domenica nove dicembre gli sposi trovarono la porta della piccola chiesa di campagna sbarrata, sulla porta una cartello scritto con mano tremolante informava del licenziamento di Don Abbondio da parte delle gerarchie ecclesiastiche: un ricorso d'urgenza al TAR non servì a sbloccare la situazione: senza la protezione dell'articolo 18' non era possibile chiedere il reintegro nelle sue funzioni. I seguaci di Savonarola tornarono al primo amore, l'incendio di chiese e uffici della Santa Sede, le gigantografie della Fornero finirono al rogo, i precari d'Italia chiamati a raccolta dal nuovo Blog di Don Abbondio "Occupy Arcore e dintorni" marciarono su Roma. Renzi e Lucia si consolarono: una nuova legge equiparò le coppie di fatto a quelle sposate, con buona pace di Don Abbondio e del suo nuovo blog" In attesa dell'estrema unzione".

mercoledì 28 novembre 2012

Monologo di un trasformista di successo



Sono bravo a fare due parti in commedia, se mi lasciano il tempo, se allungano un po’ la legislatura, può darsi che ne possa mandare a memoria una terza. Quella del trasformista è una vera arte: non sono come Giuda che si vende per trenta denari; non so a quanto corrispondono trenta denari, ma vi assicuro che la mia parcella è ben più alta. Vi racconto la mia storia: una telefonata può allungare la vita o può stravolgerla. Stavo visitando un paziente nel mio studio, uno molto paziente a dire il vero, quando la mia segretaria, una trentenne da svenimento, mi passa una telefonata che non ci azzecca nulla col mio lavoro. Dall’altra parte del filo, un famoso ex magistrato, un leader di grido della politica, mi propone un’avventura a Montecitorio. Scorrendo l’elenco telefonico di Messina e Provincia, mi dice, sono stato colpito dal tuo cognome: questo, mi sono detto, deve essere per forza un uomo onesto-un uomo probo, un ginecologo, un agopuntore, nella nostra lista non può mancare. Meno male, mi dico, che non ha visitato prima l’elenco dei protestati e degli indagati. Accetto con entusiasmo: mi è sempre piaciuto far politica. Ricordo ancora quando ai tempi del liceo, durante manifestazioni e cortei, sempre in prima fila, mi facevo onore prendendo in testa le migliori manganellate dell’anno. Ho vinto pure il primo premio al concorso “La testa più spaccata del mese” assegnato dal ministero degli interni a colui che si era distinto nel prendere il maggior numero di botte sulla capoccia. Dite che ciò può avermi reso stupido? Siete in errore: da allora ho vinto tante altre manifestazioni a premio: in Brasile mi hanno dato pure un paio d’onorificenze. Per la mia opera di divulgatore dell’agopuntura, non come miglior rappresentante della tradizione carnevalesca in Europa. Però, a dire il vero, qualche riconoscimento in questo campo, mi spetterebbe di diritto. La campagna elettorale è stata un trionfo: non ho speso una lira, non ho dovuto fare comizi od opera di proselitismo porta a porta: ho solo dovuto assistere gratis un paio di partorienti, infilato aghi ad muzzum o ad minchiam alla metà dei miei compaesani in quel di Barcellona. Pozzo di Gotto, ovviamente: se no magari qualcuno pensa che ho infilzato Messi e Iniesta. Il resto l’ha fatto il porcellum: poca fatica ed elezione garantita se il capo ti ha messo ai primi posti della lista. Mi brillano gli occhi già alla riscossione della prima retribuzione: quindicimila euro, dicasi quindicimila, solo per schiacciare un tasto quando si vota e fare un pisolino quando non parla uno del tuo partito. Un merito, però, mi va riconosciuto: sono il primo e forse l’unico a capire al volo l’intervento di Don Tonino, come lo chiamo io, il mio segretario. All’entusiasmo del neofita, però, subentra presto la noia: tra i banchi della maggioranza ci si diverte di più. Le donne innanzitutto: ma volete mettere la Carfagna, la Prestigiacomo o la Meloni, con Rosi Bindi? Nel centro destra è tutto un casino: per essere ricevuti dal premier in persona, è necessario presentarsi con almeno due veline di grido. Un giorno decido di chiedere anch’io un appuntamento: nei palazzi della politica c’è tempesta: Fini, tornato da Montecarlo, ha appena respinto l’invito di passare il Capodanno a Villa Certosa, in compagnia di Patrizia, Noemi, Ruby e compagnia cantante. La crisi di governo è nell’aria. Il presidente accetta di parlarmi, mi fissa un appuntamento per il giorno seguente: mi faccio in quattro per raccattare un paio d’escort, mi costano una fortuna, ma quando mi presento all’appuntamento anche Emilio Fede è costretto a farmi i complimenti. Il premier già solo a vederle ha l’espressione di Alvaro Vitali, quando spia dal buco della serratura la Fenech: faccio un figurone e vengo aggregato su due piedi alla compagnia del Centro Destra. Guardare la faccia dei miei ex compagni di partito, quando il presidente della camera annuncia il rigetto della mozione di sfiducia dell’opposizione per tre soli voti, non ha prezzo, io invece l’ho. A proposito di soldi: la mia dedizione è stata ben ricompensata: in beni durevoli, in bonifici e in favori.. sessuali, come si usa nei palazzi della politica. Popolarità e successo giungono a stretto giro di posta: all’uscita da Montecitorio, un nugolo di fotografi e di giornalisti, mi segue, la folla assiepata dietro le transenne grida il mio nome, tra una pernacchia e fischi da stadio. Un’intervista, una comparsata a Porta a Porta, tante dediche da parte dei comici alla moda: persino in Inghilterra, in Francia, in Germania, non sono più uno sconosciuto. Magari posso provare a vendere i miei libri di agopuntura anche a Londra e Parigi, dopo averli fatti tradurre gratis da dei giovani laureati con la promessa di un posto di lavoro a tempo indeterminato, ma proprio tanto, tanto indeterminato. La mia casa sapete è  piena di libri: i miei, invenduti. Tra poco mi toccherà scegliere se mandarli al macero o se cambiare abitazione.  I politici siamo i più precari tra i precari: con l’aria che tira, una rielezione tra le file del centrodestra è quasi impossibile. Ho in programma una nuova capriola, una conversione alla moda dell’antipolitica: ho già chiesto un colloquio a Grillo. Tra comici, ho pensato, ci si può intendere. Non mi ha ricevuto, mi ha mandato uno strano ambasciatore per rifiutare la mia proposta: “Domenico, mi ha detto, se fai il carino con me, ci penso io a convincere Beppe, a prenderti in squadra”, poi per essere più chiaro mi ha accarezzato le chiappe. Dite che cammino con difficoltà, che il mio volto assume un’espressione di dolore quando mi siedo? Che volete farci, della politica se ti entra nel sangue, non puoi più farne a meno!

lunedì 26 novembre 2012

L'isola dei dannati




Paolo e Francesca in nomination! Il nuovo reality "L'isola dei dannati" stava entrando nel vivo. La conduttrice, Beatrice P. aveva appena annunciato l'esito delle votazioni della terza  settimana. Già il Conte Ugolino e Bonifacio VIII avevano dovuto abbandonare gli studi televisivi costruiti per l'occasione in una  sperduta isola delle Antille nelle precedenti puntate serali dello show. L'applauso scrosciante del pubblico in sala seguì, le parole della conduttrice: tra gli ospiti spiccava il profilo dei concorrenti eliminati. Erano state prese tutte le precauzioni del caso: in un angolo della sala, troneggiava il ricco buffet a disposizione degli ospiti, spettatori e presentatrice erano dotati d'elmo d'ordinanza e di libri di preghiere in latino. L'aria era già elettrica, la suspense altissima, stava per essere letto il nome del secondo concorrente in nomination. Furono abbassate le luci, Beatrice sexy nel corto abito rosso che indossava, aprì la busta fattale pervenire dal notaio: "Ulisse in nomination", l'annuncio bastò a scatenare l'entusiasmo del pubblico. Dalla regia, Virgilio ordinò di zummare sui concorrenti nominati: Paolo e Francesca furono sorpresi, tablet alla mano nella visita a un sito per scambisti; Ulisse, invece, fu trovato, mentre tentava  di proteggere le orecchie con appositi tappi dalla musica rap diffusa a tutto volume dagli altoparlanti. L'inviato speciale chiese la linea: con voce accaldata, Dante A. prese a raccontare gli ultimi avvenimenti della giornata, non prima di avere sussurrato il suo tvb a Beatrice e al suo décoltè. Giuda aveva denunciato il furto del portafoglio con trenta euro, sospettando di Ulisse, lo aveva inserito tra le sue nomination. Achille, invece, si era procurato un infortunio al tallone nel tentativo fallito di precedere Bolt in una sfida sui cento metri. Fu  Tiresia l'indovino arrabbiato per la sconfitta di Achille, su cui aveva scommesso mille euro, a colpirlo col bastone al tallone, provocando la rottura del tendine. Voci di corridoio e spifferi di malelingue parlavano di una rottura tra Didone ed Enea, di un flirt in atto tra la bella regina e Ulisse.  Le riprese della camera da letto e delle docce, subito visionate, al momento non confermavano la notizia. Ottime news arrivarono dal fronte degli ascolti: il reality concorrente "Un angelo per amico" era stato sospeso dopo il flop della prima puntata. Microfono in mano, l'inviato speciale dell'isola dei dannati, chiese ad Ulisse se temeva per la sua permanenza nel gioco. Sono a cavallo, rispose il re di Itaca: voteranno per me tutti i furbi d'Italia, per i miei avversari, gli innamorati, a giudicare da ciò che si vede in giro non dovrebbe esserci partita. Occhi bassi, morale a terra,  voce sommessa: l'intervista di Paolo e Francesca era appena udibile. Fecero appello agli amanti, a coloro che quotidianamente dovevano inventare scuse per depistare il coniuge, ai cuori palpitanti che erano costretti a trascrivere nella rubrica del cellulare il nome dell'amato come idraulico, falegname, baby sitter, giardiniera. Commossi, Dante e Beatrice si scambiarono languide occhiate, si lasciarono sfuggire una lacrima furtiva. Le cronache del giorno dopo parlarono di un'impennata degli ascolti, di un boom dell'auditel. Sono più i furbi o i traditori? Siti  e giornali on line sondarono gli umori del pubblico: lo scontro, incerto sino all'ultimo voto, fu vinto dai traditori. Tiresia, l'indovino, arrabbiato per aver perso 5000 mila euro puntando sui furbi, accecò Ulisse ad un occhio: così vendicò anche l'amico Polifemo.
Il pubblico in sala si divise, i telefoni diventarono bollenti, durante l'interruzione pubblicitaria Didone ed Enea proposero a Paolo e Francesca uno scambio di coppia, Ulisse presentò domanda d'invalidità all'INPS, il conte Ugolino afferrò Tiresia per la testa, tra le urla d'incitamento del pubblico con l'elmetto in testa. Il verdetto arrivò a mezzanotte in punto: Paolo e Francesca erano salvi.  Nella notte, alla luce delle telecamere, Enea e Francesca, Didone e Paolo, poterono abbandonarsi al sesso più sfrenato. A Ulisse bastò l'occhio superstite per vincere i soliti trenta euro a Giuda, con la benedizione di Papa Bonifacio in persona. Dante diventò un attore di successo dopo aver accettato di fare pubblicità per una nota marca di carta igienica, Beatrice, invece, fu nominata consigliera in una regione della Padania.









giovedì 22 novembre 2012

La porta socchiusa



Mi svegliò nel cuore della notte il pianto di un neonato, aprii gli occhi, mi alzai per raggiungere la culla di M., il mio angelo biondo, una bimba di soli sei mesi. Dormiva beata, aveva un sorriso accennato sul volto: non si sarebbe svegliata prima dell’alba, mi dissi. Tesi l’orecchio verso la stanza attigua: il pianto non era cessato, dopo avere indossato una vestaglia, varcai la porta che divideva la mia stanza da letto da quella di N., la segretaria di mio marito che da circa due anni divideva con noi l’appartamento. G. la sua prima figlia, aveva appena due mesi ma corde vocali tanto potenti da svegliare mezza città. M’informai sulle sue condizioni: il pianto era solo dovuto alla fame, N. stava già provvedendo a nutrirla col suo latte. Svegliato dal pianto e dalle luci accese, anche G. mio marito ci raggiunse, per informarsi dell’accaduto. Notai l’assenza totale d’imbarazzo nella sua segretaria nel mostrarsi a seno scoperto, mentre allattava la figlia.
N. era entrata nella vita di mio marito già da qualche anno: un breve colloquio bastò a selezionarla tra le poche candidate che risposero all’offerta di lavoro pubblicata sul quotidiano locale. Capelli e occhi neri, naso aquilino, voce quasi maschile, altezza media: il volto scavato e il corpo magro ne accentuavano la naturale sensualità. Poteva essere definita un tipo, ma non era certo una bellezza. Seguiva mio marito negli spostamenti tra gli uffici in cui G. si recava per svolgere la sua opera di analista e di programmatore di software.


Una gravidanza inattesa


All’epoca abitavo ancora da mia suocera, pur avendo già due figli e qualche anno di matrimonio alle spalle. Il posto era splendido: distava appena venti metri dal mare, separato solo dalla piazza che dava sul porticciolo in cui era attraccata anche la nostra barca da pesca. Vivevamo, insieme ai suoceri e al fratello di mio marito nell’abitazione al primo piano: G. nel tempo libero e quando le finanze lo permettevano, si dedicava alla ristrutturazione dell’appartamento che era situato al pianterreno. Era questo il vero motivo della nostra permanenza a casa dei suoi: l’arrivo di una terza figlia, però, ci costrinse a rivedere i nostri piani; non c’era abbastanza spazio per tutti. Affittammo un appartamento in un paese vicino: avevamo bisogno di un po’ di privacy, dopo anni di convivenza forzata. Qualche mese dopo ci raggiunse N.: i suoi, testimoni di Geova, l’avevano cacciata di casa dopo la scoperta della sua gravidanza. Prima di accoglierla, le chiesi di chi era il figlio: mi rivelò il nome del fidanzato, tra le lacrime mi raccontò lo svolgersi degli eventi, mi spiegò che il padre si era eclissato appena saputo dell’imminente arrivo di un bambino.


Una strana convivenza

Due donne in gravidanza, due figli, un uomo: potrebbe essere il titolo di una commedia brillante o di un film comico: gli ingredienti di successo, se mescolati nel modo giusto, sono tutti presenti. Di soldi a casa ne entravano pochi, servivano per pagare l’affitto, per il mantenimento dei figli: N. per fortuna si accontentava di vitto e alloggio e del pagamento delle spese necessarie a portare avanti la gravidanza. Mi aiutava in cucina: spesso anzi era lei a pensare a tutto quando la mia gestazione era in stato avanzato; il pranzo o la cena per noi tre, il latte a colazione per i miei figli. La convivenza scorreva serena: N. era quasi sempre a casa, come le aveva consigliato il ginecologo di fiducia. Ciò non le impediva, però, di seguire il lavoro di G. Non ho mai capito quali fossero le sue competenze: aveva il diploma di licenza media, nessuna conoscenza dell’informatica, non aveva seguito alcun corso di dattilografia. Eppure a detta di G. la sua opera era preziosa, irrinunciabile addirittura. Potevo ascoltarli quando, nella stanza da letto, N. trascriveva sul personal computer, ciò che mio marito dettava ad alta voce. La porta accostata e non chiusa mi rassicurava: dentro non poteva succedere nulla di male. Di notte il bagno era molto trafficato come è normale quando nella stessa abitazione convivono due donne in gravidanza: forse era l’unico inconveniente di quello stato di cose.


Primi sospetti

Il bagno restò trafficato anche dopo il parto di N., una cistite causa dalla gravidanza la costringeva ad alzarsi spesso la notte, fu la spiegazione, certificata dai farmaci prescritti dal medico di fiducia. G. da sempre era abituato a lavorare di notte e a dormire di giorno: ciò m’impediva di dare peso alla sua assenza dal letto matrimoniale, quando mi svegliavo per dare la poppata a mia figlia. Una notte, però, la porta del bagno prese a cigolare, a emettere strani suoni: a intervalli regolari, e cadenzati. Mi alzai senza far rumore: N. seduta sulla tazza del gabinetto, notes in una mano e penna nell’altra trascriveva ciò che mio marito le dettava a voce bassa. La mia richiesta di spiegazioni non andò a vuoto: mio marito l’aveva svegliata per farle trascrivere l’idea che ne aveva d’improvviso illuminato la mente, fu la sua tesi. Avrei mai creduto alla loro buona fede, mi dissero, se invece di trovarli in bagno, li avessi scoperti in camera da letto? Si scusarono per l’accaduto, ma continuarono imperterriti il loro lavoro. Non riuscii a prendere sonno anche nelle notti successive: la mente di G. era un vulcano, illuminazioni continue, frasi roboanti che alle tre di notte squarciavano l’aria, un’attività febbrile sino a mattina, quando il sonno aveva la meglio anche su di loro. Un nuovo sospetto mi si affacciò alla mente: N. era di nuovo incinta?

L’inganno svelato

Aveva ripreso da qualche mese la storia col vecchio fidanzato, mi disse quando le chiesi delle spiegazioni, perché voleva che sua figlia avesse un padre, ma non era in stato di gravidanza. Il sospetto non svanì: se N. era quasi sempre a casa, come poteva aver riallacciato a mia insaputa la vecchia relazione? Nessuna telefonata, nessun indizio, pur piccolo, portava in quella direzione: decisi di andare a fondo, tesi le orecchie, cercai di prestare attenzione a quei movimenti che di solito mi sfuggivano. Finsi di dormire la notte, russai a bella posta: nascosta dalla porta della stanza da letto semichiusa, N. seguiva ogni mio movimento nel letto. Rassicurata dal mio dormire, N. s’infilò subito in bagno, raggiunta dall’amante già in calore: fui costretta a spiarli dal buco della serratura, come un Alvaro Vitali qualunque, per avere le prove del tradimento. Non fecero in tempo a rivestirsi: quando entrai in bagno notes e penna erano riposti in maniera ordinata sulla tazza del w.c., la voce di G. non era ancora pronta a gridare ai posteri idee illuminanti. N. appoggiata sul lavandino con i pantaloni del pigiama abbassati, piagnucolava: era tutto un malinteso, il mal di schiena l’aveva bloccata, disse, quando stava lavandosi i denti! Anche G. protestò la sua innocenza: era entrato in bagno per fare pipì. Dopo essersi abbassati i pantaloni, non si era accorto della presenza di G. sul lavandino, a causa della luce spenta. Furono traditi dal preservativo: non riuscirono a spiegarne la presenza sul glande ancora in erezione di G.


La conclusione


Li costrinsi a fare i bagagli, a ripetere lo stesso mio percorso: c’era ancora una stanza libera da mia suocera, un intero piano da utilizzare per i loro giochi erotici. La strana convivenza ebbe termine: G.e N. hanno cresciuto tre figlie; l’inganno, però, non ha portato loro fortuna. N. è da anni su una sedia a rotelle, G. è costretto a farle da infermiere. Far male a chi ti ha aiutato nei momenti di difficoltà, evidentemente non piace al Dio dei cristiani e nemmeno a quello dei testimoni di Geova.
 


lunedì 19 novembre 2012

Le rotte ingannevoli del cuore



Un matrimonio in frantumi


Un genio, del male o dell’inganno, ma un genio. Non lo era a prima, vista: l’apparenza a volte inganna, oppure la mente è incapace di analizzare fatti, di collegare indizi, quando è soprafatta dalla emozioni. Cinque anni fa, un giorno d’inverno, una lite coniugale: forse più accesa del solito, dettata dalla gelosia,dal fastidio e dal turbamento che può arrecare un’amicizia nata sul web, la frase un po’ ambigua, un po’ ironica, scritta su una chat. Quarantacinque anni, casalinga più annoiata che disperata, perennemente in lotta con la bilancia, ma non i conti di fine mese. Capelli neri corti e carnagione chiara, un fisico che ancora convinceva molti uomini a girarsi, quando camminavo per strada, a contattarmi quando pubblicavo le mie foto su Facebook. Un figlio e una figlia ormai maggiorenni, che non vedevano di buon occhio l’utilizzo compulsivo del mio personal computer. La lite degenerò, volarono parole grosse, le accuse passarono il segno, andarono oltre il limite di sopportazione della mia pazienza: forse fu tutta l’insoddisfazione di una vita a spalancare quella voragine dell’anima che mi costrinse a mettere l’indispensabile in valigia, a prendere il portatile, a fare il numero di un’amica in grado di ospitarmi in attesa di un’altra sistemazione. Bastarono pochi giorni per tornare a casa: il cuore di madre non può resistere alle insistenze dei figli, alle lacrime dipinte sui loro volti. Ciò non m’impedì di avviare le pratiche di separazione, che l’ostilità di mio marito ha protratto a lungo nel tempo e ha reso dispendiose per le mie finanze. Un lungo periodo di depressione, causate dal pesante clima familiare, dalle incomprensioni con i figli,seguì al mio ritorno a casa. Fu necessario il ricorso a sedute psicologiche, a farmaci antidepressivi, per andare avanti. Cominciai a giocare on line: al poker, al ramino, a tutto ciò che potesse, in qualche misura, allentare la tensione, arginare la voragine che giorno dopo giorno, s’apriva nella mia anima.

I primi passi di un nuovo amore

Fu allora che lo conobbi, in una chat di un sito di poker on line: mi colpirono di lui, la battuta pronta, lo spirito ironico, il temperamento incline all’allegria. Come un naufrago si aggrappa alla scialuppa, così mi appesi alla speranza che la sua presenza riportava nella mia vita. La frequenza delle chat, delle video chiamate cresceva col passare dei giorni: passavo quasi tutta la giornata davanti al portatile, a cazzeggiare, forse per lasciarmi alle spalle le depressione o per inseguire il sogno di cambiare vita. Mi stavo innamorando, il cuore era sempre più preso: non potevo più fare a meno delle sue prese in giro, di quello sguardo che consentiva alla mia voglia di vita di farsi largo, tra gli affanni quotidiani. Un giorno mi parlò a cuore aperto, mi disse tutto della sua vita: sapevo già che aveva moglie e figli, non ero a conoscenza, invece, dei suoi guai con la giustizia, della frequentazione assidua in passato del carcere, degli arresti domiciliari che stava scontando in quel momento. Era nato nel posto sbagliato, mi disse: da qualche mese, il minore dei suoi fratelli si era impiccato nella squallida cella del carcere di Bicocca a Catania, la mia città. Il più grande, invece, era stato da poco arrestato insieme ad altre trenta persone in una retata di polizia, finita con molta enfasi su tutti i giornali del Paese. Mi raccontò della sua triste vita quotidiana: la mancanza di lavoro lo costringeva a fare il criminale, a taglieggiare commercianti, a spacciare cocaina, a costringere donne straniere a vendere il proprio corpo. Il matrimonio era ormai una finzione: i rapporti con la moglie si limitavano al saluto o alle discussioni sui problemi domestici. Mi colpì la sua sincerità, fui felice quando qualche giorno dopo mi parlò della sua intenzione di venirmi a trovare, di passare con me qualche giorno: gli arresti domiciliari erano prossimi alla scadenza. Non battei ciglio quando mi chiese dei soldi: le sue finanze non potevano permettersi il viaggio da Roma, dove abitava, a Catania. Già il giorno dopo gli spedii, i cinquecento euro richiesti. Potei abbracciarlo ai primi di giugno del 2009, come convenuto in una stanza d’albergo: mi sembrò di toccare il cielo con un dito quando dopo aver fatto l’amore, sentii promettermi amore eterno, ascoltai dalla sua voce i progetti di un futuro insieme. 


L’apogeo della passione

L’attesa febbrile di un nuovo incontro, intervallato dal tempo rubato alla quiete coniugale, ai sospetti dei figli; i tanti sotterfugi da inventare ogni giorno per tenersi in contatto, per scambiarsi parole e promesse d’amore. Non feci caso alle nuove richieste di denaro; un anticipo per l’avvocato, per caricare la scheda del cellulare o per comprare le sigarette: i soldi utilizzati per rimetterlo sulla buona strada erano ben spesi, a mio parere. Programmammo un nuovo incontro per il mese successivo: mi spiegò che per ragioni di sicurezza non poteva raggiungermi da solo, aveva bisogno di qualcuno che lo scortasse. Servivano mille euro: questi erano il minimo indispensabile, per viaggio vitto e alloggio per due persone. Non esitai a spedirgli quanto chiesto: all’ultimo minuto, prima di raggiungere la stazione, con una telefonata, m’informò del cambio di programma. Impegni di “lavoro” improrogabili e improvvisi non lo permettevano; il timore di essere intercettato e la volontà di non coinvolgermi in affari illeciti, lo costrinse a restare sul vago. Un’ordinanza del giudice delle indagini preliminari aveva disposto l’obbligo di firma giornaliero al commissariato: per un po’ di tempo era impossibile vedersi. Telefonate, video chiamate, chat, s’intensificarono: l’attesa di un nuovo incontro era febbrile, come il desiderio di stringerlo tra le mie braccia, di riprovare le emozioni della prima volta. Non poteva più stare senza vedermi: almeno a novembre, nel giorno del mio compleanno, voleva incontrarmi, anche a costo di una denuncia per violazione dell’obbligo di firma. Mi chiese di spedirle del denaro: quello dell’ultima volta serviva per convincere qualche poliziotto di buon cuore a firmare al mio posto. Spedii subito quanto chiesto, fui felice di passare tra le sue braccia il compleanno più bello della mia vita. Si fermò solo un giorno, invece dei tre programmati: una telefonata misteriosa lo costrinse a disdire in fretta e in furia la stanza d’albergo e di mettersi subito in viaggio per Roma.


Tempi di crisi

Pianificammo un nuovo incontro: la solita richiesta di finanziamento per due, mille euro che andavano ad assottigliare il conto in banca ormai vicino al rosso fisso. Tre giorni da potersi godere finalmente in pace: senza l’assillo dei domiciliari o dell’obbligo di firma, ora scaduto. Utilizzò la macchina, al posto del treno per risparmiare sui costi del viaggio. La trepidante attesa in un caldo mattino di luglio, però, andò a vuoto: con una telefonata m’informò, che erano stati fermati dalla polizia stradale a un posto di blocco nei pressi di Messina, che l’auto su cui viaggiava era stata sequestrata perché risultata rubata il giorno prima in un paese nei dintorni di Roma. Mi stava chiamando dal cellulare: probabilmente avrebbe passato la giornata dietro le sbarre, in attesa dell’arrivo del suo avvocato, non sapeva quando avrebbe potuto contattarmi di nuovo. Lo sentii solo dopo una settimana: piangendo, in una video chiamata mi giurò che da quel momento avrebbe rigato diritto, che aveva accettato un lavoro come manovale in Emilia, offertogli da un’impresa di costruzioni della sua zona. Le telefonate si diradarono, come le video chiamate e le chat: la sera era troppo stanco per stare davanti al portatile. Qualcosa cominciò a insospettirmi nel suo comportamento, come certe nuove amicizie femminili su Facebook, o nelle chat dei siti on line di poker. Indagai, m’inventai hacker per sbrogliare la matassa: ebbi a stretto giro di posta le prove del suo tradimento, di una sua relazione con una donna emiliana di cinquanta anni. Troncai subito la relazione, rifiutai ogni contatto per un mese: stroncata dal dolore, però, lo cercai, gli tesi la mano, perdonai il suo tradimento, misi una pietra sopra alla sua debolezza di un momento.


L’addio

Il dubbio instillato del tradimento, però, tornò a farsi largo nel mio cuore: rosa dalla gelosia, cominciai a sospettare di tutto e di tutti, presi a tormentarlo, a infastidire tutte le sue amiche virtuali. Decisi di voler indagare sulla sua vita, per scoprire se aveva altre amanti: mi rivolsi a un’agenzia investigativa per averne la conferma. Andò a vuoto anche il successivo incontro: dopo il solito bonifico, accampò un’altra scusa per disdire l’albergo già prenotato. I soldi che gli avevo mandato non gli bastavano: aveva già un appuntamento per riscuotere dei crediti arretrati. Non ci fu verso, però di disse, di avere indietro il denaro prestato a un amico, non bastò minacciare tutta la famiglia con la pistola che si portava sempre appresso, picchiare il malcapitato sino a quando i vicini, impauriti dalle sue grida, non chiamarono il 113. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: avevo speso quindicimila euro per due incontri, un paio di giorni trascorsi insieme, settemilacinquecento euro a scopata, forse non poteva permetterselo nemmeno un ricco uomo politico. Cominciai a negarmi alle sue chiamate, a rifiutare gli inviti ad aprire la chat, a spedirgli altri soldi. Le mie finanze erano ormai allo stremo: nel mio conto non c’erano soldi a sufficienza per pagare l’onorario dell’avvocato che seguiva la pratica di separazione. Era ormai tempo di mettere la parola fine a una sciagurata storia.


La sorpresa

Protestò, inveì, minacciò: mi avrebbe aspettato sotto casa, per riempirmi di botte, non avrebbe esitato a fare fuoco, se non fossi tornata con lui. Nonostante le mie paure, tenni il punto, non accettai compromessi: nemmeno quando mi fece sapere di essere a pochi chilometri dalla mia abitazione, pronto a tutto pur di avermi. Lo attesi con un misto di ansia e terrore: non si fece vivo quel giorno, quello successivo, quello ancora dopo, nemmeno per telefono o per mail. Le mie indagini avevano accertato la verità: non si era mai mosso da Roma, mi aveva costretto ad assistere all’ennesima sceneggiata. Fui convocata qualche giorno dopo dall’agenzia investigativa: le indagini avevano dato gli esiti sperati. Aveva allacciato negli ultimi mesi altre due relazioni: con cinquantenni sposate, da cui si faceva mantenere. Era questa la sua professione, realizzata con la complicità della moglie. Non aveva mai avuto problemi con la giustizia: nessuna denuncia, niente arresti domiciliari, firme in commissariato, permanenze a Regina Coeli. Aveva inventato un modo geniale per spillare quattrini alle sue amanti: come potevano pretendere da chi era confinato dalla giustizia tra le mura domestiche, una relazione più intensa e incontri ravvicinati nel tempo? Di fantasia ne aveva parecchia: si era costruito un personaggio perfetto per spaventare chi non poteva permettersi uno scandalo e aveva soldi per mantenerlo.
La pistola in tasca, le cattive frequentazioni, le amicizie vantate con personaggi della malavita locale, i guai con la giustizia servivano al depistaggio: nessuno quando mente si dipinge più brutto di ciò che è, semmai cerca di migliorarsi. Crollarono certezze e illusioni: tornai con la mente ai primi momenti del nostro incontro; ora avevo la certezza che era tutta una finzione, che non l’amore, ma il denaro e l’inganno erano le basi della nostra storia. Aspettai la sua chiamata per sparargli in faccia le mie scoperte: non doveva più farsi vedere e sentire, non c’era più posto per lui nella mia vita.
La ferita è ancora sanguinante: prima o poi, è la mia speranza, qualcuna gli darà ciò che gli spetta: un colpo al cuore sparato con la pistola che porta in giro con tracotanza.